non sono al PC
ora mi domando
sta per <non sono al computer>
oppure per
<non sono al Partito Comunista>?
Perchè in questo secondo caso
sarebbe come dire
non essere in un non-luogo
(non-luogo è l'etimo di utopia)
cioè non essere in un'utopia
ed essere perciò e con certezza
in un luogo vero
cioè qui e ora
cioè nella merda.
Tento,
ed è la prima volta che mi cimento a parlare di politica,
di dare qualche ipotesi di risposta alle 10 domande del momento.
1. Perché la satira è solo di sinistra?
Perché quella di destra non esiste o fa ribrezzo (torte in faccia e travestiti al Bagaglino). Oppure la fa direttamente il premier, di solito con le dita: le corna alla Commissione Europea, il mitra puntato contro la giornalista rea di avere posto una domanda non 'allineata', eccetera.
2. Perché la destra vince nella dilagante provincia e perde nelle ormai insignificanti grandi città?
(sia la risposta che la domanda vanno riconsiderate ora, dopo i ballottaggi romani e i saluti, sempre romani, in Campidoglio)
Perché in città molti hanno la strana abitudine di leggere i giornali e di uscire e incontrarsi con gente varia, che viene da altrove, che passa di lì, mentre in provincia la sera non c'è nulla da fare, tutti stanno a casa e guardano la tv. Di certo, nel bene o nel male, scrivere significa articolare un'opinione e prendere una posizione, fare un programma tv significa prendere solo le posizioni necessarie affinchè il decoltee barcolli e trabocchi, la rissa tracolli e decolli la riffa da un milione di euro di montepremi per chi sa dirmi di che colore era il cavallo bianco di Napoleone. Null'altro.
Perchè a leggere si fa fatica e tra l'altro bisogna essere capaci.
3. Perché gli esponenti di questa destra sono, nella maggioranza dei casi, così impietosamente brutti, oppure deformi a causa dalla chirurgia plastica, o sembrano cartoni animati, comunque sgraziati o impacciati nei modi, pacchiani, se sono donne saranno cariche di trucco e gioielli, se sono uomini saranno 'burini', e hanno voci chiocce (tremonti), secche (larussa), vuote (bondi), da beota (calderoli), mentre quelli di sinistra possono non essere degli adoni ma almeno risultano tendenzialmente eleganti e puliti, pettinati, non indossano mascheroni e hanno una voce chiara, che si capisce, che si può sopportare?
Francamente non saprei rispondere, e non vorrei sembrare razzista, ecco. Però è sotto gli occhi di tutti.
Che quello di questa destra sia
il discreto fascino della borghesia?
4. Perchè la sinistra perde sempre, anche quando vince, e la destra vince sempre, anche quando perde?
Questa è una domanda facile.
La sinistra aspira a rappresentare il "tutti" (operai, sindacati, gente comune la cui forza è l'unione: da lì si partì, un giorno) scontentando tutti. Si esprime attraverso il dialogo costante, dialogo di costruzione. La dialettica è un esercizio che può in effetti apparire masochistico, per il quale ci si mette continuamente in dicussione - rischiando di girare a vuoto e perdere tempo, come stavolta, senza "intercettare" (che è il termine che va per la maggiore in queste elezioni 2008; e cosa preconizzerà se nel 2001 il più gettonato fu "forchetta" e preannunciava un quinquennio di ricette di cucina al tg, sorrisi e canzoni napoletane?) il disagio reale, su cui spremersi. Allora, dicevamo, crisi significa 'taglio, separazione', annuncio del cambimento. Dunque senza crisi e senza una profonda fiducia nella crisi, nulla cambia. Discutere solleva le crisi e le contraddizioni interne ed esterne e le trasforma in possibilità. Montagne russe, umoralità, sì, ma è così che va l'amore che fa girare il mondo. Gli elettori di sinistra sono interessati alla politica e sono critici, esigenti, fedeli a una linea non ad un 'personaggio' (tendenza del tutto sconfessata in quest'ultima occasione, di grave emergenza: i principi della sinistra immolati sull'altare dell'antiberlusconismo, del voto-utile. L'ho fatto anche io. Ora vedrò se e quanto mi toccherà pentirmene e, pentendomene, rimediare). Domandarsi se non sia il caso di smettere di discutere e cominciare ad agire persuasivamente. Ma non domandarselo per i prossimi 5 anni. Darsi una risposta, foss'anche provvisoria, quanto prima.
La destra aspira a rappresentare l' "uno" (imprenditori, borghesi, gente comune la cui forza o la cui aspirazione è il denaro: da li si partì, un giorno) accontentando qualcuno, promettendogli di difenderlo da tutti i 'parassiti' che potrebbero infestare il suo orticello. Sono quelli che 'si sono fatti da soli', nonostante gli ostacoli della legge o dell'istituzione, o che sognano di farcela da soli. La forma espressiva è il monologo senza interlocutori nè arbitri nè contraddittorio. Nel monologo si alternano i toni di esaltazione ai proclama sulla distruzione del 'nemico', dipinto come cannibale, pervertito, subumano, "coglione" nel 2005, "grullo" nel 2008. Raramente si parla di programmi di governo, si preferiscono il pettegolezzo, le confidenze, le battute di spirito, il mammismo, le riverenze e i cori in playback. Non c'è una linea a cui essere fedeli, l'etica - di fronte al mercato, al giro d'affari - è un inutile orpello che ostacola l'agio, la libertà di muoversi al di sopra della legge e al di sotto della decenza. L'ascesa deve apparire inarrestabile ed è solo così che si slanciano i ponti d'oro degli imperi, fiumi valli mari e montagne di denaro, vero per pochi ed immaginario per tutti gli altri, ma che fa comunque girare il mondo. Gli elettori di destra non sono un gruppo bensi un gregge, vogliono tutto per sè e ne vogliono di più. Non sono interessati alla 'cosa pubblica', alla politica, anzi il termine li infastidisce poichè la politica è solo 'chiacchiera' ("tutto chiacchiere e distintivo, tutto chiacchiere e distintivo" diceva Capone all'agente del fisco Ness, che lo aveva incastrato). Il 'personaggio' di punta, il leader carismatico, chiacchiera eccome! ma non in modo noioso bensì sempre divertente ironico goliardico. E' carismatico, cioè rappresenta egregiamente e con orgoglio il grande sogno di tutti questi italiani: di cagare sulle istituzioni e di farla franca e di essere applauditi per questo.
5. Perchè i sondaggi e gli exit pole hanno la strana abitudine di dare vane speranze alla sinistra?
Devo rispondere che evidentemente gli elettori di destra si vergognano ad ammettere la loro preferenza. Aggiungerei che fanno bene. Oppure erano di fretta perchè avevano parcheggiato in seconda fila. Concluderei che è meglio non badare agli exit pole o dare loro il valore che in effetti hanno: maggiore il vantaggio della sinistra, maggiore l'ipocrisia della destra.
6. Perché è stato rieletto un uomo che,
dopo aver inaugurato in grande stile il suo secondo governo con le mirabilie del G8 di Genova,
ha così calorosamente dimostrato per cinque anni
di essere un bugiardo patologico,
il primo beneficiario dei suoi puntuali condoni fiscali edilizi eccetera,
un inquisito perenne,
il pappone di mediaset, mondadori e ora alitalia
il papocchio dei mafiosi, strenuo difensore delle loro eroiche imprese
(i caso dell'Utri e Mangano non hanno bisogno di essere commentati)
un gaffeur fantasiosissimo,
una figura di merda internazionale (Strasburgo docet),
un magnate magnaccia di soubrettine
strenuo difensore dei soli suoi propri diritti
persecutore della libertà di espressione (e che Biagi riposi in pace)
manipolatore del consenso attraverso la volgarizzazione estrema del dibattito, la violenza, gli insulti, i proclama, le invenzioni di sana pianta, facendo presa su quanto siano l'odio un sentire facile e la menzogna un espediente comune, ovvi, tanto ovvi che tutti si riconoscono. Dicevamo: perchè è stato rieletto?
Perché, s'è detto, l'ha 'fatta franca', è un 'furbone', è 'promettente' da più di 30 anni (e l'Italia di certo "Non è un paese per giovani") e poi perchè è un uomo di spettacolo al centro della “società dello spettacolo” (Debord la descrisse perfettamente nel '68!); è un Bold and Beautiful, padre di una Dynasty di Forrester, Grande Fratello a cui confessarsi. Porta una calza di nylon su ogni obbiettivo, dai tempi della discesa in campo ad oggi, a sfumare rughe, discrepanze, cicatrici, contraddizioni: che l'obbiettivo sia quello della ripresa del paese (Arcore o l'Italia?) o quello della ripresa in diretta dalla villa, la calza/filtro resta. Pure la sua immagine è oggi sfiancantemente <ottusa> (come direbbe Barthes, parlando del personaggio di Ivan il terribile nell'omonimo film di Eizenstein): la calotta di capelli finti si vede, la dentiera si vede, il fondotinta si vede, le pinze che gli tengono insieme la faccia si vedono e tutto partecipa ad un senso di terrore e di ridicolo insieme. Attraverso una programmazione mediatica prima assordante e poi strisciante quest'uomo ha costruito il suo fans club di varia umanità telecomandata (la generazione telecomando-dotata), spettatori perenni, costanti e votanti, medaglie d'oro dello zapping, disinteressati a distinguere l'informazione dalla fiction, la politica dalle ricette di cucina, l'amore dal supermercato, l'auditel dall'indice di gradimento, e tanti sono gli italiani che ora non vivono più senza il varietà-contenitore, le mamme in paradiso, le amanti in vacanza, i figli da sposare a una precaria, i vernissage con gli stilisti, le ville in sardegna, le canzoni alla chitarra, i culi al vento e le poppe al melone, le risse in fascia pomeridiana (protetta), le battute sul milan, l'impressione di una satira a Striscia la notizia che satira non è ma è punti-simpatia, e sono grati a chi gli ha dato tutto questo, cosi tanto così vivace così divertente così luminoso da accecare, luci in faccia, mai un chiaroscuro, mai un dubbio, mai un controluce, mai un faro di taglio! Nella società dello spettacolo vince la luce piatta di 5000 fari accesi contemporaneamente e di fronte, una luce costosissima e brutta, nessuna atmosfera, nessuna intensità (invito a frugare negli archivi rai, qualche canzonissima, per capire la differenza tra l'immaginario di allora e quello di oggi).
7. Perché la casa delle libertà ora si chiama popolo delle libertà?
Perché il populismo è una scarica irresistibile e inarrestabile di luoghi comuni, e perciò vince su ogni tentativo di vedere le cose nella loro tridimensionalità. Ecco il populismo, sebbene il "popolo" nessuno possa dire cos'è. E la libertà?
Chiedersi perchè quello di Berlusconi si chiami Popolo delle Libertà è un po' come chiedersi - sempre per tornare alla violenza che paga in termini di audience - perchè il programma di Maria de Filippi si chiami Amici quando in realtà tutti - tra allievi, tra insegnati, tra allievi e insegnanti e anche alcuni membri del pubblico - si prendono a calci nei denti senza alcuna pietà e senza alcun motivo nel mezzo di un'arena di spettatori urlanti senza alcuna pietà e senza alcun motivo.
8. Perché la Lega ha vinto in modo così schiacciante?
Anzitutto perchè ce l'ha duro, ovvero parla una lingua armata, sgrammaticata, sfacciata. Non è un gruppo politico ma territoriale dunque suo scopo è il bene di alcuni e in nessun modo quello di tutti; non segue un’ideologia e dunque non conosce regole etiche che possano interporre qualche scrupolo nè regole grammaticali che suggeriscano una dialettica possibile con 'altri', ne alcuna diplomazia. Persegue scopi precisi, fa ampio uso di figure volgari, epiteti offensivi, voci dialettali, che fanno 'genuino', colpo, tiratura, consenso, squadra anzi squadrismo. C'erano giovani dall’aria tracotante, grassi e unti, tutti e dico tutti lì a ruminare chewing-gum, dietro Maroni ieri sera, a tenere in alto lo stendardo. Sembrava una comica. E Maroni, mentre Bertinotti gli rivolgeva la parola in diretta tv, rispondeva a svariati sms. Ma, del resto, chi è Bertinotti?
9. Perché il Pdl ha vinto in modo così schiacciante?
Il Pdl esprime in modo chiarissimo l'affermazione del potere della TELEVISIONARIETA', l'invenzione di un mondo immaginario, la promessa di un mondo senza più dubbi o domande - e se fosse necessario per fugare i dubbi, anche i libri di storia, come dice l'ottimo Dell'Utri, possono essere riveduti e corretti o, per far prima, non più letti o, per far prima, bruciati (Fahrenheit 451 è sempre attuale) - senza più il dovere di formarsi e informarsi e mai uniformarsi, di far fatica a capire, di sforzarsi. Pdl è la proposta di un mondo in cui l'immagine - comoda, tutta lì davanti, unaria; iconica e dunque a-dialettica, che può essere commentata solo in termini estetici; formula vincente per pubblicità di massa, persuasione di massa, compravendita di oggetti inesistenti - sostituisce completamente la parola, la fatica e i dubbi dell'interpretazione, il dialogo tra il possibile e il fattibile, il commento, la problematizzazione. L'immagine immortalata (che fa sì che i morti ci appaiano vivi), rimuove il reale inteso come movimento, problema, confronto, oscillazione, salto, possibilità di vittoria come di sconfitta, spettro - spettralità - dei significati.
Non si capisce come possa l'onorevole Berlusconi accanirsi tanto contro i Magistrati che mai una volta - e quante avrebbero potuto! - l'hanno cacciato in galera, o contro la sinistra che in un anno e 8 mesi non ha varato una legge contro il conflitto di interessi. Non si capisce come possa l'onorevole Berlusconi parlare di informazione deviata dalla sinistra quando tiene in tasca Vespa alla Rai, tutte le tre reti "Fininvest" oggi Mediaset, Ferrara a La7, tutto il gruppo Mondadori (in quanto a Ferrara, Vespa, Fede, non fa che consolidarsi quella mia supposizone un po' discutibile e razzista che vede la destra come composta da figure fisicamente repellenti. Quando sogghignano poi...). Questa onnipotenza mediatica, incontrastabile, fa sì che il Pdl possa esprimersi in modo chiarissimo, su tutte le reti, su tutta la rete, su tutti i mezzi di comunicazione, in tutti i salotti, come sfiducia profonda, che affonda fino negazione e allo sberleffo, per ogni significato del termine POLITICA.
Che sia, POLITICA, un termine il cui significato è stato smarrito da TUTTI?
Temo di sì, e anche il mio antiberlusconismo ne può essere, temo, una prova.
In quanto alla sinistra / quella vera:
ho sempre sospettato che sinistra e maggioranza fossero due termini sostanzialmente contraddittori. Come se la naturale vocazione della sinistra fosse quella dell'opposizione dialettica/etica a una sempiterna maggiornanza pop (ulista) e sorda. Ora qui - in Italia e solo in Italia (dove c'è già chi parla - e come potrebbe tacere? - di un diabolico progetto BerluSCAZZInger) - succede che anche sinistra e opposizione siano diventati due termini contraddittori. E perciò:
10. Che fare?
Scegliere:
Farsi carico delle paure degli Italiani (dopo che questa specie di destra e questa specie di chiesa le hanno alimentate, perchè chi ha paura, si sa, è facile da manipolare e piegare) o educare gli italiani a essere meno paurosi, più coraggiosi (e chi non ha paura è sempre e comunque un uomo libero, eretto).
Per tutti quelli che sono o si sentono fuori da una classe politica paurosa,
- proprietà privata di un uomo solo e privo di una qualsiasi "vocazione politica", un imprenditore di gran talento, che per riuscire nella sua titanica impresa ha viaggiato e viaggia in prima classe aldilà del bene e del male, indifferente al senso dello stato e del bene comune: in breve uno che se facessero un casting per il ruolo di 'tiranno' non avrebbe rivali -
per chi non ha votato quest'uomo votato ai suoi soli propri interessi
ecco l'occasione per esplorare il significato del termine POLITICA in modi e luoghi nuovi,
e decidere cos'è da oggi e cos'è quando si sta fuori da Montecitorio e perciò
senza che Silvio Berlusconi
possa dettarne le condizioni.
SENZA PAURA,
educarsi ed educare a non avere paura di essere
noi tutti animali politici, quali la natura ci ha fatti,
per strade piazze pagine palcoscenici muri musica blog e parole
che sono luoghi reali sempre lIberi e sempre pronti ad accogliere con rispetto
il caldo non-luogo dell'utopia.
(soprav)W l'Italia!
Sulla presa del tempo
letture in compagnia di Claudia Castellucci
16 marzo 2008, Prato

Avvertenze - Per questo nostro incontro ho scelto di leggere alcuni brani da autori diversi e commentarli insieme a te.
Ascoltare una voce che legge è difficile. La lettura si compone di frasi consequenziali, l'una dietro l'altra senza sosta, e chi ascolta riesce a coglierne alcune, e altre si perdono. Ma è necessario guardare bonariamente a questa perdita. Va bene se tieni ciò che più ti colpisce ed è significativo anche così, a frammenti, a pezzi. Interrompimi se necessario. Chiedi. Dì.
Questo comprendere sempre interrotto e a salti è buono pure sui temi fondamentali del nostro lavoro quali sono quelli che andremo ad affrontare – il tempo, la durata, il ritmo – , stanze del pensiero in cui non è possibile depositare alcunché di definitivo. Stanze principali in cui è necessario tornare spesso, spesso quanto spesso noi cambiamo e insieme a noi cambiano i nostri strumenti di indagine.
E quello che andrai a sperimentare oggi, selezionando e trattenendo le parole che più ti colpiscono, è un ragionamento, un razionalizzare, tutto legato ai sensi.
Sono un filosofo? Sì. E di certo non sono uno storico della filosofia.
Di fronte agli elementi essenziali della nostra arte non c’è bisogno di interpellare esperti, persone che abbiano a lungo studiato attorno a quella parola, quel termine, eccetera. Se io mi accosto a certe parole è perché ne ho bisogno, e questo mio bisogno è già filosofia. Perciò ti invito ad abbandonare qualsiasi timore reverenziale di fronte alle parole organizzate in concetti.
Del resto chi sono mai gli esperti nella filosofia della performance?
Del resto nelle università italiane la tendenza non è sempre storiografica e dunque sostanzialmente antifilosofica?
Poniti delle domande e inventati delle risposte senza appoggiarti a nessuna teoria, a nessuna storia. Non si tratta di un appello all’ingenuità ma all’autenticità. Così come tu sei, tu ti disponi attorno ai problemi.
Le parole del passato sono fonte di ispirazione. La tua ispirazione attingerà a quella fonte, ma non come patente giustificativa di ciò che tu puoi (o devi) pensare. Insomma, non è necessario percorrere i solchi già tracciati. Di fronte a certe parole dotate di orizzonte, fondo, basamento, l’atteggiamento giusto è invece l’attacco:
a queste parole io mi attacco,
e queste parole io le attacco.
§
Henry Bergson, Il pensiero e il movente - Un’interrogazione attorno alla parola 'durata'.
Ovvio è ammettere che il tempo è dimensione essenziale non solo per le arti temporali, ma anche per quelle spaziali. E così io mi sono interrogata sul tempo affrontando i temi del Ballo, nella Scuola della Stoa:
<< La Stoa è la scuola teatrale di movimento fisico e filosofico, diretta da Claudia Castellucci, che Socìetas Raffaello Sanzio regge dal 2002 al Teatro Comandini di Cesena e che prende il proprio nome dall’antico portico nel quale Zenone si incontrava con i suoi scolari. La scuola "raccoglie persone che, data l’età, si trovano a iniziare la vita nella coscienza individuale della propria fisicità. Il ballo rappresenta un passaggio di espressione non verbale immediatamente decisivo e nella Stoa funziona da potente complemento rispetto alla filosofia. Le manifestazioni della Stoa sono la conclusione di un processo che, coltivato e custodito nella concentrazione e nella riservatezza, ha bisogno quando è maturo di manifestarsi all’esterno" >>.
E’ giusto pensare al tempo come coordinata fondamentale della danza ed è perciò necessario non limitarsi a intendere la danza in termini spaziali, come disegno e traiettoria nello spazio. Ma per capire il tempo spesso lo si 'spazializza', cioè lo si banalizza. L’intelletto 'raffigura' il tempo e così, assecondando questo bisogno razionale, la durata scompare.
Come capire il tempo, allora? Attraverso l'intelletto o la visione?
Si potrebbe dire che l’intellezione sia la lettura e comprensione dei fenomeni attraverso le parole e la visione/intuizione sia la lettura e comprensione dei fenomeni attraverso mezzi che non sono le parole. In ogni caso, in entrambe queste procedure, la razionalità e l’irrazionalità si mescolano. Non accontentiamoci perciò di stabilire dicotomie puramente decorative tra ragione e intuizione, razionalità e irrazionalità.
Come capire il tempo, allora? Tenendolo?
Per essere in grado di muoversi tra intellezione e visione è necessario tenere il tempo, sì, e ininterrottamente. Mai uscire dal tempo.
§
L’essenza della durata è la mobilità. La durata è nella mobilità. La durata è un movimento ininterrotto.
La presa sul tempo ci sfugge se noi interrompiamo il movimento, la continuità indivisibile del flusso della vita. In questa continuità è possibile raggiungere una conoscenza nitida, che si distingue appena dall’oggetto visto, una conoscenza che è contatto e anche coincidenza con l’oggetto.
L’intuizione/visione, primo luogo della coscienza, immediato, non ferma né cristallizza gli stati della nostra vita: è continuità indivisibile e sostanziale della vita. Dunque, per quanto mobile, essa è sostanziale, non vaporosa o evanescente ma fondamentale per appoggiare la vita su una determinata rotta.
L’intelligenza è invece coscienza mediata dalla considerazione della vita come un insieme di parti che non hanno alcuna continuità.
A noi spetta prendere e tenere il tempo muovendoci continuamente da una posizione all'altra (salvandole entrambe dalla follia, dico io, e costruendo quella "coreografia ermeneutica" di cui recentemente s'è parlato)
Una forma di conoscenza come quella su indicata, che sia coincidente con l’oggetto, può essere colta in maniera squisita nel momento della creazione artistica, quando le cose e le idee sono un tutt’uno con la coscienza immediata, e si toccano. Tale contatto può avvenire anche nello spettatore, che viene toccato e tocca l’opera d’arte.
Una conoscenza che è un contatto,
non una distanza,
non una misurazione.
Conoscere attraverso il contatto.
Allora le idee non potranno sorgere separate dalla materia. Compito dell’artista non sarà rivestire le (sue) idee con materiali curiosi interessanti provocatori: così facendo si priverà del contatto, della coincidenza e fusione tra l'idea, la materia, lo sguardo.
Ecco. Questo è un nodo essenziale.
Se io volessi studiare un oggetto o un'opera d'arte (io artista sull'oggetto o io spettatore sull'opera d'arte) con uno sguardo che non è immediato ma mediato, li potrei studiare in molti diversi modi, certo, ma non avrei mai con essi un incontro, un contatto.
Pensare intuitivamente significa pensare in termini di durata e di moto, di flusso.
L’intelligenza invece può catturare solo ciò che è fermo o fermare ciò che è in moto, ricostruendo poi il movimento attraverso la giustapposizione di una serie di immobilità. L’intelligenza ha a che fare con cose stabili e fa del movimento (cioè della differenza, del cambiamento) un accidente, tende a considerare ciò che è nuovo come un adattamento di ciò che già si conosce. L’intuizione invece parte da una realtà che è creazione, qualcosa che in continuazione sorge. E’ disposta perciò a novità radicali e continue.
Il lavoro abituale del pensiero è facile e può durare quanto si vuole; è puramente un lavoro di riconoscimento di cose che già abbiamo.
L’intuizione invece è faticosa, e non può durare.
L’idea generata da una intuizione/visione è, in principio, oscura. O meglio, è di una differente chiarezza, che non è la chiarezza dovuta all’adattamento e alla ricombinazione di ciò che già sappiamo. Se tale tipo di chiarezza noi la dominiamo, la chiarezza dell’intuizione noi invece la subiamo.
Un'idea radicalmente nuova, radicalmente semplice, io la capto mentre essa saetta. Questi i termini buoni per descriverla: essa non può essere arraffata o agganciata dall’intelligenza. E la nostra prima reazione sarà perciò di dichiararla incomprensibile.
Ma invece - e ve ne prego - accettiamola provvisoriamente nei compartimenti della nostra mente. La vedremo, essa oscura, illuminare le nostre oscurità.
Si pensa che l’arte sia la traduzione di temi che l’artista ha già ben chiari.
Ma non è mai così!
L’arte non è una sequenza di temi. Non è lo svolgimento di un tema.
Io dunque prediligerò le cose che non mi sono subito chiare.
Vorrò fidarmi di ciò che NON capisco.
Ecco un modo per distinguere la natura dell’ispirazione.
Lampante.
Necessario trovare il modo di indurre lo spirito umano ad accettare il mutamento e il movimento e conseguentemente interpretare i concetti come momentanee e snaturanti immobilizzazioni di un moto, di una elettricità che coinvolge ogni cosa. Anche la fisica pone questa condizione, questa necessità, quando afferma che la sostanza delle cose consiste nel loro movimento atomico. Anche un sasso, dunque, è in continuo mutamento. Così ogni forma di misurazione si sposta dalla cosa in sé al processo che la muove. Ecco l’impressionismo, il cubismo eccetera, tutte le indagini visive spostate dall’essere della cosa al suo irrefrenabile divenire.
§
Aby Warburg - Pathos Formel - I fatti avvenuti nel passato (sia privati che collettivi) non possono essere cambiati. Pure, la mia vita attuale, la mia vita nella durata, può com-prendere in una maniera nuova e a questo modo ‘salvare’ il passato. Questo è chiaro nella Tesi di filosofia della Storia di Walter Benjamin quando parla di ‘tempo messianico’ e afferma che la storia è una moltitudine di uomini che chiedono di essere salvati.
Aby Warburg vede le opere d’arte come immagini con cui entrare in contatto, cioè oggetti da analizzare anche attraverso l’intuizione. La sua storia dell’arte parte da un esperimento, la Pathos Formel. Su settanta grandi lavagne Warburg applica in un ordine apparentemente sparso molte immagini, forme iconografiche diverse per natura soggetto stile. La loro prossimità e consequenzialità ha come parametro la durata, e non – come si usa quando si studia qualsiasi storia - la consequenzialità razionale e cronologica che prevede che i primitivi siano i primi ad essere studiati e i contemporanei gli ultimi. Warburg propone dunque una modalità sincronica, in cui è l’approccio dello studioso in quel momento a determinare la sequenza. In questo modo egli vede come la storia dell’arte si raccolga costantemente attorno a forme/formule del pathos. La formula patetica è quella che "tocca", che fa patire quando ci si avvicina, ed è una forma presente in tutte le manifestazioni dell’arte. Warburg coagula le sue Pathos Formel all’interno di questa ‘mnemosyne’, questo atlante della memoria sparso in 70 lavagne e diviso in costellazioni.
Ogni opera è infatti un lavoro di costellazione. La creazione è un costellare, unire punti formando immagini.
Il passato – per Warburg, Benjamin, Bergson – non è da considerare come una sorta di libreria, dove le cose vanno prese così come sono, cioè come spettri. Il passato è una reviviscenza: lo spettro deve rifiorire. Ecco il compito dello storico e dell’artista.
Se dunque il passato non è antecedenza ma presenza, è cosa ovvia che vada rivivificato.
Il passato, dentro la durata, è presenza. Presente. E così pure il futuro.
Così il movimento contrasta radicalmente con qualsiasi forma di fatalismo.
Sul destino, una mia nota: mi viene da pensare che ogni oggetto o soggetto spettacolare debba prendere le mosse proprio da un movimento, da un’azione continua, che si trasforma consumandosi e riemergendo sempre nuova. Così, rispetto ai miei progetti di messinscena, l’uomo che danza per Cuore di cane e - volendo, si può immaginare - una ruota della fortuna o un gioco di dadi tra androidi per Anfitrione. E sempre per Anfitrione, immaginare se il tavolo da gioco su cui tutta questa psicomachia ha luogo tra uomini e sagome in cartone (cartoni animati) lentissimo ruotasse, come un pianeta piatto, una Terra senza gravità.
Sul destino: cercare il De fato di Cicerone.
§
Pavel Florenskij, Lo spazio e il tempo nell’arte - In pittura, la prospettiva è la crisi, la linea dirimente che separa il mondo orientale da quello occidentale.
Considerando le tensioni spirituali come fondanti per determinare lo stile nelle diverse epoche dell'arte si nota, scrive Florenskij, come nell’arte egizia sia la lunghezza la dimensione principale. Nell’arte greca, poi, vi è pieno equilibrio fra lunghezza e altezza; quella greca è arte ‘canonica’ in cui la ‘misura’ è un atto morale – ordine, orientamento – e non ha nulla a che fare con la misurazione. Nell’arte paleocristiana è l’altezza la dimensione principale, poi enfatizzata nell’arte medievale sia in architettura che in pittura. Nell’arte rinascimentale infine - per i cui esponenti questo studioso nutre uno spassionato rancore - ci si disinteressa all'equilibrio tra orizzontale e verticale e predomina invece la profondità, “smisurata e stupida”, dice Florenskij, e aggiunge: “mi conduce verso il caos, verso nessuna misura. Ho un solo sguardo poiché il punto di fuga esclude tutte le linee alternative della visione, esclude dunque ogni altro sguardo".
§
La durata delle cose è uno spessore.
Un oggetto solo tridimensionale non esiste.
La forma di ogni fenomeno dipende dalla dimensione del tempo.
Se non ha a che fare con il tempo nessun oggetto è reale. Non può neppure essere pensato, poiché i pensieri stessi sono un prodotto della durata. Eppure la nostra coscienza, per comprendere la realtà, tenta di liberarsi della durata, inchiodando l’oggetto per bloccarne i processi.
§
Cos’è il tempo dentro un dipinto?
Un tempo omogeneo, cioè continuo, non è in grado di rendere un ritmo. Il tempo va perciò consegnato a una diversità, a un ritmo che presuppone pulsazione, dilatazione, concentrazione, passi avanti, indietro, fermate, salti, etc.
Gli elementi figurativi devono concatenarsi in elementi di quiete e elementi di salto; elementi di fissazione, fatti per trattenere lo sguardo, altri invece fatti per far saltare lo sguardo.
Gli elementi di salto sono destinati a separare elementi contigui di quiete e privano perciò l’opera di continuità: ne consegue che gli elementi di salto, responsabili del ritmo – cioè della durata –, non sono visibili. Elementi di fissazione e di salto devono essere uniti da necessità e riconoscimento, essere connessi in un’unica serie, avere una loro unità interiore tale da rendere possibile e anzi necessario il movimento.
Ecco che, nel quadro, prende forma il tempo e io lo vivo.
Mentre l'imitazione della natura, quale visione passiva del mondo, è letteraria, risaputa e non produce esperienza, gli “scorci contraddittori” delle forme bidimensionali – in cui il profilo e la frontalità convivono nello stesso oggetto o corpo raffigurato – permettono la dinamica, il salto, il ritmo, figure con un forte movimento, come ad esempio nel quadro che raffigura l’Evangelista Giovanni e il suo scrivano Pròcoro, o nella rotazione della parte alta dei corpi dei santi a destra e a sinistra della croce.
Rotazione, sì.
Tale rotazione è simile alla musica, all'essenza interiore del movimento.
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Claudia Castellucci, Stoa e Pro Loco Isto - << La STOA è un’assemblea localizzata.
Raccoglie persone che, data l’età, si trovano a iniziare la vita nella coscienza individuale della propria fisicità. La sotto-dicitura della Stoa “scuola sul movimento ritmico di Cesena” significa il tipo di relazione, di oggetto, di tempo e la base locale. Per partecipare alla Stoa non è richiesta alcuna idoneità antecedente, né si praticano selezioni perché non vi è un modello di riferimento teleologico rispetto a quanto si viene facendo e a dispetto di chi lo compie. La forma di relazione della Stoa è quella della scuola, e la scuola è una fabbrica del vincolo; lì si va perché si desidera un metro, quel tipo di metro. Il vincolo non è identificabile in un nome da seguire, bensì declassato al rango di utensile. Portatrice - e non figura - del vincolo è l’Insegnante. La scuola è una familia contra naturam dove i figli scelgono la propria madre e, in un certo senso, la generano. L’Insegnante è preposta alla formulazione dei moduli che precedono il lavoro e allo studio discusso dei modelli. Gli Scolari sono sì generati, ma non legati a una matrice sotto forma di replica, per il semplice fatto che sono essi a generare colei da cui vogliono imparare a generare. Si disperde così il carattere personalistico dell’insegnamento, mentre cresce il carattere ipostatico e utilitario del vincolo. Al di là della metafora maternale, l’Insegnante è colei che introduce metri di paragone per determinare la misura dei cambiamenti personali e per trarre un’indole. Sotto questo punto di vista, l’Insegnante non darà mai consigli su come esprimersi liberamente, ma assegna esercizi e metri di paragone in base ai quali avviene l’esame e il giudizio di quanto si fa>>.
Nei balli della Stoa le vie del movimento ritmico sono due: fisica ed emotiva.
Non sono vie che si intrecciano, che si determinano l’una con l’altra.
Quando a scuola ci fermiamo a pensare – sempre dopo l’esercizio fisico, quando siamo stanchi, sudati, concreti – il pensiero si commenta e si esaurisce con le parole, in discussioni dunque. Ma queste parole non possono e non devono descrivere ne essere la giustificazione del lavoro fisico fatto. Altrimenti movimento e parola si depotenziano a vicenda.
Anche il movimento fisico è un pensiero, ma è un pensiero nervoso e osseo, tutto spostato nel corpo.
Nello spettacolo Pro loco isto ci piaceva che il nostro movimento fosse strettamente basato sul ritmo. Se nella danza spaziale la musicalità si ricava dallo spazio, nel ballo temporale ci si muove solo sul tempo, solo sul ritmo. Così il movimento è, inevitabilmente, un salto.
Perché un ballo?
Dopo il teatro è arrivata la ginnastica, che ho incontrato attraverso la filosofia.
La ginnastica non è percorso di conoscenza del proprio corpo, come nelle discipline orientali, ma è fisicità pura, senza personalismi ne sentimentalismi. Pura atletica. Se l’io è inteso spesso come il problema della relazione tra me e il mio corpo, nella fisicità l'io deve presentarsi come un tutt’uno, semplicemente.
Il ballo collettivo, poi, è l’assunzione di un bene, di un valore comune, uguale per tutti.
Il ballo collettivo sarà uguale per tutti eppure sarà un’assunzione assolutamente personale, un atto che io condividerò. Allo stesso modo l’uniforme, identica per tutti, enfatizzerà il mio impegno del tutto personale.

P r o l o c o i s t o
La lingua adottata in questo ballo è il francese, per simpatizzare con quel pensiero razionale che da Cartesio risale sino agli Enciclopedisti, un pensiero che declassa il dubbio da mistero temibile e contemplabile a metodo di analisi sistematica. Da Cartesio si apprende la sua disposizione a ridimensionare lo spazio insondabile, a puerilizzare l’abisso: la sua idea di determinare la posizione di un qualsiasi punto nello spazio tramite la proiezione di tre segmenti coordinati, cioè ortogonali rispetto ai piani, che si incrociano in quel punto con angoli di 90°, inchioda quel punto alla sua base, fugando ogni evanescenza.
In questo ballo c’è una certa insistenza sul punto, su quella minima estensione spaziale che coincide con la pianta dei piedi. Pro Loco isto si riferisce a questa microscopica base terrestre, e pur non richiamandosi ad alcuna topografia, né a un’utopia, comprende e rivendica una località, un luogo degli affetti e delle abitudini.
Per il ballo, questo si traduce tecnicamente con un’attrazione verso la terra, rintracciabile nelle ginocchia flesse, nel dorso che piomba e nella testa che pesa, e quando le braccia soltanto si sollevano come alghe filamentose è per contornare l’immobilità di un’àncora posata sul fondo. Psicologicamente, invece, il dettato terrestre fa rivolgere frequentemente lo sguardo verso i piedi, non già per stanchezze o pose cogitabonde sulla fine, ma per sapere cosa significa restare. La terra non è acqua e dunque non riflette nè dà luogo a rispecchiamenti ogni qual volta la si miri: la sua opacità invita a una riflessione profonda e introspettiva. L'orientamento dei movimento è condotto su schemi estremamente oggettivi e il passo è modulato in base al quadrante, e tengono conto non soltanto del tragitto sula terra ma della terra. benchè sia ovvio che il giro compiuto dalla terra sovrasti qualsiasi giro che si svolga su di essa, ciò nondimento questo ballo include, nella sua coreografia, il giro compiuto dalla terra. da qui l'idillio delle Stagioni cantato all'inizio del ballo.
Gli schemi di questo ballo sono sempre minacciati da moti tellurici. E' perciò sempre presente un doppio movimento: da un lato la storia profonda - i lunghi cicli del clima e la lenta mutazione geologica - che eccede la misura degli esseri viventi e che si situa aldilà delle nostre azioni, dall'altro una storia estremamente localizzata, in un paese vasto tanto quanto la pianta dei miei piedi, rocca degli affetti, piccolo picco su cui si sta - e immediatamente occorre dire "ora". La rocca degli affetti e dei profumi deve essere inventata in qualsiasi posto lontano da casa, ed è necessario trovare un punto di intersecazione tra località data (dai natali o dal bisogno) e località inventata; tra storia profonda e storia individuale
Il Ballo è una saltazione marcata dall'uso delle scarpe di cuoio di bue o di vitello. Saltare con una pelle robusta e conciata provoca un suono di zoccolo, e il passo deve misurarsi col ritmo che genera. Ogni posa del piede corrisponde a un suono di pelle priva di sangue e ben secca, che avvolge un piede troppo tenero per la musica e per la memoria delle grandi migrazioni animali §