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sabato, 18 aprile 2009

Massimiliano recuperò il tempo perduto e perse così la sua reputazione.

Recuperare ora la reputazione perduta sarebbe solo una perdita di tempo.

peripezie di johnnypanic alle ore 10:55 | link | commenti
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sabato, 11 aprile 2009

YVES

(suggerimenti d'uso: guardare e ascoltare
la parte 1 e la parte 2 contemporaneamente)

peripezie di johnnypanic alle ore 11:36 | link | commenti
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domenica, 05 aprile 2009



m.
Con tutto quello che ho detto ho fatto
ora non posso che prendere atto
che non ci sei e chiedere oltre non oso
così
di me avrai le sole cose
a cui puoi dire sì.
Le mie parti silenziose.

g.
il punto, immagino, posso dire
fors'è che ho ancora due oppure
tre anni, non riesco proprio a sapere.
(insieme al resto di mucchi di cose da perdonarsi.)
la limpidezza con cui si conduce
il pensiero dalla somma
al risultato, per farla breve.
mi dispiace, davvero, anche per la primavera.


m.
lasciarci
come fosse facile

come fosse facile
trovarci


mi parli e penso che
non voglio smettere di parlare con te
ma abbiamo anche bisogno
di un po' di tempo ancora e sempre
se il tempo ce lo concede. Anzi
se ce lo concediamo il tempo
il tempo ci seguirà.

per g.c.




peripezie di johnnypanic alle ore 03:41 | link | commenti
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lunedì, 30 marzo 2009

cammina

 

peripezie di johnnypanic alle ore 11:11 | link | commenti (1)
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sabato, 13 dicembre 2008


peripezie di johnnypanic alle ore 12:42 | link | commenti (2)
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giovedì, 04 dicembre 2008

MIRACOLO, MISTERO, AUTORITA'

IN MERITO ALLE ANTICHE EPPURE RECENTI
SPAVENTOSE E PUR PERICOLOSE
POSIZIONI POLITICHE DI INTOLLERABILE INGERENZA
ASSUNTE DEL VATICANO SU TEMI SOCIALI E DIRITTI CIVILI QUALI
L'ABORTO, LA CONTRACCEZIONE,
LA DEPENALIZZAZIONE DELL'OMOSESSUALITA',
IL TESTAMENTO BIOLOGICO,
 
INVITO CALDAMENTE ALLA LETTURA DEL BREVE RACCONTO
IL GRANDE INQUISITORE

DI F. DOSTOEVSKIJ, CONTENUTO NEL SUO ULTIMO ROMANZO
"I FRATELLI KARAMAZOV" (1879)


appunti di Dostojevskij per "I Fratelli Karamazov"


peripezie di johnnypanic alle ore 15:54 | link | commenti
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venerdì, 17 ottobre 2008

ECQUIS ADEST?    ADEST...

Del perché a volte anzi spesso ho una faccia da ebete


Tiresia “inquit”: “[…] si se non noverit
Il bambino, nato dalla ninfa Liriope in seguito alla violenza usatale dalla divinità fluviale Cefiso, secondo l'oracolo Tiresia sarebbe vissuto a lungo “a patto che non avesse conosciuto se stesso”.
Così, portando sempre presso di sé, ma nascosta a lui medesimo, questa enigmatica profezia, Narciso cresce e diventa un giovane bello e superbo.

Multi illumin iuvenes, multae cupiere puellae;
sed (fuit in tenera quam dura superbia forma)
nulli illum iuvenes, nullae tatigere puellae
(molti tra i fanciulli e le fanciulle lo bramavano
ma - tanto era inscalfibile la superbia in quel tenero aspetto -
nessuno, tra i fanciulli e le fanciulle, lo poteva avere)
Quasi che ciò di cui erano invaghiti faccia corpo col desiderabile stesso, irraggiungibile in quanto tale.

Tra quelli che lo vedono e se ne innamorano vi è la resonabilis (rieccheggiante) ninfa Eco, "quae nec reticere loquenti/ nec prius ipsa loqui didicit", incapace di tacere al cospetto di chi parla, e incapace di parlare lei per prima. Eco quindi parla sulle frasi e con le frasi degli altri, e non dice mai nulla di veramente suo.
Riepilogando:  da una parte c'è Narciso che manco rivolge lo sguardo a chi gli passa accanto e dall’altra Eco, che non riesce ad emettere suono se non le si rivolge prima la parola.
I due si incontrano. Il tutto parte da un’esigenza di conferma di Narciso, perché, per quanta superbia possa imperare, anche egli non può sottrarsi alla legge inesorabile della socialità: la dipendenza dagli altri. Trovatosi solo nel bosco Narciso chiama: “Ecquis adest?” (Forse qualcuno c’è?), “Et ‘adest’ responderat Echo” (e ‘C’è’ Eco rispose). Narciso allora “voce ‘Veni’ magna clamat: vocat illa vocantem” (a gran voce grida ‘Vieni’: ed ella sua volta invita l’invitante). Ella risponde dunque: ‘Vieni’.
Invito, rimando, lusinga e nascondimento, come in ogni rapporto che è sul punto di partire, che sta partendo, che parte. Ma alla vista di Eco che si protende con le braccia tese verso di lui, Narciso esclama: “manus complexibus aufer! ante, ait emoriar, quam sit tibi copia nostri” (Non mi toccare, disse, morirei piuttosto che essere insieme a te!).
Ecco sopraggiungere lo spettro della comicità involontaria, e del patetico, condizione comune ad ogni amante respinto: infatti “Rettulit illa nihil nisi ‘sit tibi copia nostri’ ” (Ella nulla replicò se non “Essere assieme a te”).

La relazione si è già consumata. Eco, distrutta dal dolore si lascia consumare, il suo corpo si secca, pelle e ossa presto tramutate in roccia; la sua voce invece rimane intatta e sopravvive, Eco nella roccia.
Narciso intanto, incurante e superbo, continua a illudere ninfe e giovanetti fino a quando uno di questi, particolarmente risentito per il rifiuto ricevuto, lo maledice e il suo anatema - che Narciso sia privato dell'abbraccio di colui che ama - trova accoglienza presso la dea Nemesi. Un giorno, mentre Narciso si riposa presso una fonte

Dumque sitim sedare cupit, sitis altera crevit
dumque bibit, visae conreptus immagine formae
spem sine corpore amat, corpus putat esse, quod unda est
(e mentre desidera placare la sete, un’altra sete si sviluppa
S’innamora di una speranza senza corpo, ritenendo corpo ciò che è onda)
Adstupet ipse sibi vultuque immotus eodem
haeret ut e Parioformatum marmore signum
(Stupisce davanti a sé e immobile si paralizza nello stesso volto
come una statua scolpita nel marmo Pario).

Eccolo smarrirsi per una passione d’amore il cui oggetto va a coincidere con se medesimo. Peggio, con l’immagine, l’allucinazione di sè, il riflesso.  Se
il doppio è dunque la condizione imprescindibile alla conoscenza di sè stessi, quello dentro di sè è un viaggio conoscitivo fatale. Narciso conosce se stesso e ne muore. Cammino di conoscenza di un ingenuo (Narciso da narkè, narcosi), che si conosce ma non si riconosce, il dolore di Narciso è irrimediabile: egli ha l’impressione netta, inequivocabile, che pure l’amato lo desidera:
Minimum est quod amantibus ostat
(E’ un niente ciò che si frappone agli amanti)
Et placet et video, sed, quod videoque placetque,
non tamen invenio: tantus tenem error amantem!
(E mi piace e lo vedo, ma non riesco ad incontrare quello che mi piace e vedo:
un errore così grande tiene in pugno l’amante).

A Narciso, che sprofondando in sè aspira alla completezza spirituale, si gela l’espressione sul volto. In buona sostanza gli viene una faccia da ebete. Quella di uno che, per quanto si ripieghi su se stesso, non riesce a raggiungere il fondo della sua superficialità, ove si nasconde l’essenza delle cose.

L’esercizio che si propone oggi è dunque: una superficialità radicalmente superficiale.








Frammenti sparsi da Idiotismo: bramare e toccare. Introduzione a una teoria della comunicazione,
di Dario Giugliano, riv. "Parol" n.15, 1999-2000

I brani in latino sono tratti da Le Metamorfosi, di Publio Ovidio Nasone,
episodio di Eco e Narciso



peripezie di johnnypanic alle ore 00:16 | link | commenti (4)
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venerdì, 05 settembre 2008


peripezie di johnnypanic alle ore 12:14 | link | commenti (4)
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venerdì, 08 agosto 2008

how to kill TV

andy kaufman (1949-1984)



intro to the show
isn't it fun? isn't it?
interview to an ex-girlfirend
the real andy kaufman
the going-too-far corner

it's time to say goodbye

the inter-gender wrestling world champion
the inter-gender wrestling world champion 2

i'm from hollywood
my name is andy kaufman. who are you?
tony clifton
tony clifton 2
the idiot
thought, counterthought

rosemary
I am highly insulted by that, I am trying my best to give you a variety show
the cannonball story
goofin' on elvis
friendly world



+ un documentario in 13 parti:
the real A.K. 1
the real A.K. 2  the real A.K. 3 the real A.K. 4 the real A.K. 5 the real A.K. 6   
the real A.K. 7
the real A.K. 8 the real A.K. 9 the real A.K. 10 the real A.K. 11 the real A.K. 12 the real A.K. 13


Non sono ancora disperato del tutto, il bambino che è in me non è ancora morto, non ho ancora perduto le ancore del desiderio, le boe continuano a galleggiare nelle mie stronzate, chi si trova qui ha ancora la speranza, anche questa formìca, anche se sospetto che ridere e far ridere sia l’ultima possibilità di dare forma al mio desiderio di innocenza, del sogno insolubile e di serietà infantile, anche se sospetto che questo desiderio rappresenti un tradimento del candore del bambino, il bambino grande che sono, il grande ladro che sono, "colpevole di una serie di azioni troppo atroci perché possa descrivere qui", ma non ci posso fare niente, di tanto in tanto mi piace la carne umana, il piacere supremo, il piacere sublime, stanotte voglio essere Fred Astaire, senza stare sulla punta dei piedi senza gettare la testa all’indietro senza alzare le braccia al cielo tutto indicherà che il movimento ascendente è lì presente senza voler dimostrare, niente. Lo sento, succederà. With your heart in the right place you don't write history e questo spiegherà perché tu ti trovi a tuo agio con certe persone anche persone che non hai mai visto prima e alle quali ti senti, affine.
Se vuoi ricomincio, posso sempre ricominciare e dire "è la prima volta", io comincio e ricomincio e ricomincio, sono alla ricerca forse di riconoscimento, esisto? Sono travestito da specchio? O sono un nano o una scimmia? Una realtà o un sogno? Un assassinio o un suicidio? Forse è per questo che mi esercito? E l’esercizio partorisce l’arte (ride)
Risate? Riconoscimento? Apprezzamento? Di tanto in tanto una pacca amichevole sulla spalla? Tu non vuoi spezzare la mia resistenza. Un piccolo applauso di tanto in tanto? Naturalmente niente fino a quando muoio. Un po’ di attenzione di tanto in tanto? No, Tu non vuoi soffocarmi E non devi sorbirti tutto quello che faccio o quello che dico. Non è gentile!
Aspiro all’impossibilità che resta possibile e la possibilità dello scacco non fa che accrescere il mio desiderio di riuscire qualche volta in qualche cosa. E’ per questo che mi esercito, e l’esercizio partorisce l’arte.


E’ andata male anche questa volta? a me sembra che abbia funzionato. Vorrei davvero un briciolo di apprezzamento, un pochetto, un pochino pochino, per il fatto che sono qui. No? Per la formìca allora, un pochino pochino un pochino pochinissimo piccolo piccolo. O devo fare il gigolò? Non c’é problema posso essere quasi tutto tranne ciò che voglio, presumo di saperlo fare. Apprezzamento? Sì aspiro anche a quello di tanto in tanto forse…non da te. Ma aspiro ad essere apprezzato dalle persone che io stesso apprezzo ammiro e amo. Chi apprezzo? ti piacerebbe saperlo? No? Chi ammiro? Ti piacerebbe saperlo? No? Chi amo? Sì, ti vedo che fai cenno di sì con la testa.
Bene, non ti dirò di chi sono il gigolò. Ti piacerebbe davvero saperlo? Questo pubblico. Questo pubblico non si concede più il tempo di scoprire il valore del dolore.


(da Jan Fabre, L'imperatore della sconfitta)


peripezie di johnnypanic alle ore 13:22 | link | commenti
categorie: cabaret, felicipochi
giovedì, 07 agosto 2008




(Nel primo pomeriggio ho fatto a pezzi con le mie mani un vecchio armadio. Poi una lunga doccia fredda. Così sono arrivato all’appuntamento delle 6, sotto la statua del re a cavallo, calmo, pulito, con la camicia bianca di sempre, i dieci minuti di ritardo di sempre, alle 6 e 10, e tu hai pensato: no, non verrà, non verrà e ha ragione. Sono qui invece, calmo e pulito e ora ti vedo, che ti avvicini.

Sono passati tre anni senza una parola, anche il tempo dei perchè è finito da un pezzo. Mi hai chiesto di incontrarti mentre torni qualche giorno a Bologna e io ti incontro giusto per guardarti, e tu credo lo stesso, vuoi guardarmi e sapere che sto bene perchè sarà d'aiuto per i tuoi nuovi viaggi e per il trentesimo anno che arriva e anche tu per allora vuoi essere bello pulito. Ci incontriamo per guardarci e basta. Ci chiediamo dieci volte 'come stai?' e non per cortesia o perchè non abbiamo di meglio da dirci ma vogliamo saperlo davvero e saperlo per bene e con una domanda capirci su tutto, tutto in un tempo breve. Io sono pulito e profumato e tu strepitosamente bello ed è una sensazione splendida e guardarti mi rassicura, ancora prima della prima parola, che noi siamo ancora, sempre, hombres imprescindibles. Tutto appare chiaro e luminoso e senza preavviso, a metà di un altro 'come stai', ci prendiamo dall'altro dieci baci diritti e d'istinto come cuccioli nel nido, con bocche stupìte, veloci e impreparate, con una fame più grande di loro e anche di noi                    ) 

ah! ich habe deinen mund geküsst !

e adesso
perfavore

qualcuno mi tagli la testa
qualcuno mi tagli la testa com'è tradizione, com'è da copione, perché ci sto pensando e pensando e non ci dovrei pensare agli anni sottratti e sommati in questo gesto minuto di bocche piegate a becchi, di baci svelti e secchi piegati a cibo essenziale e ci beviamo il vino mentre le zanzare ci bevono braccia e caviglie ma non abbiamo forza per alzarci dall'ombra di quest'albero, vederti è così bello che ho paura tu sparisca se solo ci spostiamo di un passo, che il tempo si ribelli e ci tolga l'impressione d'essere stato tutto questo tempo zitto e fermo ad aspettarci, se solo ci spostiamo di un passo.
La magia esiste. E con questo voglio dire che ti ho amato tanto e posso amare ancora. Sono felice e non ci dovrei pensare ma invece ci penso e non ti dovrei guardare ma sei la mia prova e il mio testimone, tu che porti il nostro cuore in mezzo agli occhi, tu che porti il nostro cuore in gola.
Io ti guardo e non posso inghiottire.






















("un giorno qualunque ti ricorderai ----- --- -----, ----- --- ---.")








peripezie di johnnypanic alle ore 14:21 | link | commenti (2)
categorie: histeoria, damoremormorare
giovedì, 24 luglio 2008

MY HOLY DAYS IN KROTONE CITY

Non so.

Maurizio non è mai stato nel mio cuore e pure lo è sempre per motivi che non so. Torna qualche giorno da New York e presenta la sua prima grande personale al museo d'arte contemporanea di Crotone. Figlio prodigo e prodigio della sua città, è la prima volta che la trova alleata - e sono felice per lui, più che felice, e per una città che apre gli occhi  davanti a questo fiore. Questo Fiorino.  Nessuna confidenza tra noi, nemmeno quella sera di maggio / o marzo? /  dell'anno scorso che  mi ha chiesto se poteva fotografarmi ed ero il primo umano che fotografava, mi disse. Prima ci eravamo già visti, ma molto prima, la sera era finita buttati stretti contro una colonna, poi niente per mesi; e dopo, ma ancora prima di maggio /o marzo/, ho voluto che ascoltassimo insieme il canone di Pachelbel e lui ha pianto, poi niente. Fino  a lì non aveva fotografato altro all'infuori di sè, stesso a pezzi sparsi e qualche mano, lingua, pelo di un suo amore che non ricordo il nome. Sempre molto fumo, sè stesso tra spesse ali di fumo, sguardi di sfida, lingue a morsi e vita bassa, nella sua casa, nella sua camera, scorci dalla finestra (alla Morandi; si vede che a Bologna piace farsi ritrarre così). Anche per il nostro set ci sono state a volte boccacce, brutte facce, angoli acuti, fumo, ma anche il piccolo gatto, gli occhi chiusi, la quiete del lenzuolo, e le boccacce e le brutte facce e il fumo erano più per gioco che per sfida, o più per imbarazzo, non certo per sfida. Più per gioco. Per riconoscersi, lui, anche ora che non era più nella sua tana ma nella mia, ne più cercava dentro la sua faccia ma dentro la mia. Era già tutto diverso. Barattavamo un po' i nostri clichè, ciò che io pensavo lui fosse, e ciò che lui pensava di me, ma da qualche parte non so dove, luogo sconosciuto a entrambi, ci si piaceva così diversi come si era. E ora che lui nelle immagini spesso non c'è, le immagini gli sono più vicine, si sono acquietate (con lui), senza più pose sono più posate, malinconiche di cose anche mai accadute, ingenue anche quando spinte, spesso solitarie, colte sul fatto, vere d'occhi, strette sugli occhi, stringenti, come io vedo lui ora. Quella sera dei nostri 200 scatti gli ho detto 'togliti le scarpe' per salire sul letto, puntare meglio l'obbiettivo, per una foto come questa, giocare con meno imbarazzo, sciogliersi un po’ i lacci. Ma lui ha risposto no, categorico, non se le è tolte le scarpe e non è salito sul letto. Il perchè non lo so - era nervoso, sudava, non era nella sua tana - , e non so nemmeno come ha fatto allora a scattare una foto come questa. I miei occhi sono chiusi. Qualche giorno dopo il nostro incontro ha chiesto a uno in piazza maggiore se poteva fotografarlo e quello lo ha mandato a farsi un giro e lui ha pianto. Ancora. Quanto piange, questo ragazzo, ho pensato, forse quanto me una volta, tanto tempo fa - neanche tanto. Me l'ha raccontato l'ultima che ci siamo visti, a pranzo un mesetto dopo il set, siamo andati in osteria, tavolo fuori in veranda, bella giornata e abbiamo parlato molto, eravamo curiosi l'uno dell'altro e spontanei, una cosa nuova, sia questa spontaneità che l'osteria -  ma sarà stato il vino rosso, a pranzo poi. Non so. A Bologna mangiava sempre pizza al trancio e pensavo gli facesse male, così l’ho portato all’osteria; e poi, con tutte le cose buone che si possono mangiare a Bologna, dico io. Ora che sta a New York credo che fumi ancora più sigarette, che la sua voce sia ancora di più quella di un fanciullo di 6 anni ucciso da 40 sigarette al giorno, che mangi ancora pizza al trancio, ma a New York va bene così e perciò credo che non gli faccia più così male - o anche "non credo più gli faccia così male" perché forse a lui non glielo ha mai fatto, male, ne fumare ne mangiare così. Non l'ho mai conosciuto, Maurizio Fiorino, boy of life, ma sono felice d'esserci riconosciuti in certi momenti. Gli ho detto una volta che mi sembrava un po' il 'terryrichardson di noialtri', lui si è offeso a morte e mi ha chiuso la chat in faccia e non mi ha parlato per settimane, anche se poi Terry Richardson è un suo idolo (ma sappiamo tutti che i paragoni stanno sempre stretti). Un giorno mi pare gli parlai di Nan Goldin, che non la conosceva, forse era proprio quel giorno all'osteria: ora Nan Goldin è un'altra mamma sua - una coraggiosa, come un'altra mamma sua, la Diane Arbus. Eh sì, ci vuol gran coraggio. Una nonna coraggio è per lui la Fallaci, e su questo non ci siamo mai incontrati,  neanche un po', anche se pur'io ho avuto una nonna piuttosto rapace - ma non era comunque la Fallaci. Sopra tutti i coraggi è il nonno Pierpaolo, che ci raccoglie entrambi in un religioso  sorriso, malinconico e segreto, troppo lontano da qui,  per quanto servirebbe, ora, qui. La zia prediletta (quasi una sorella) è la Gianna, e ad apprezzare l'onestà del suo rock me l'ha suggerito lui, ma non perchè mi abbia  costretto ad ascoltarla come io lo costrinsi ad ascoltare Pachelbel, ma così,  perchè Gianna è una cosa molto sua e io in fondo volevo capirlo, anche se poi non l'ho mai capito. Solo una cosa ho capito e so: che farà sempre più grandi cose. Così come fotografa Maurizio scrive, e dovrà continuare a scrivere, descrivere, non se ne deve dimenticare. Ma del resto nessuno glielo ha insegnato, nè a scrivere nè a fotografare, e dunque non se ne può dimenticare. A volte mi fa venire voglia di scappare anch'io a New York, come si dice. Del resto lui ha 23 anni, due braccia e due gambe. E io non ne ho di più, ne di meno.

peripezie di johnnypanic alle ore 00:43 | link | commenti (4)
categorie: la camera chiara, felicipochi, damoremormorare
martedì, 01 luglio 2008

O Gesù, d'amore acceso non t'avessi mai offeso!  O mio caro e buon Gesù
con la Tua Santa Grazia  non ti voglio offendere più nè mai più disgustarti
perchè ti amo sopra ogni cosa. 
Gesù mio, misericordia, perdonami!!!!!


dedicato all'onesto bologna gaypride 2008

peripezie di johnnypanic alle ore 01:03 | link | commenti (1)
categorie:
mercoledì, 28 maggio 2008

l'arte di avere torto:

questa frase non ha sei parole

questa frase ha sei parole

peripezie di johnnypanic alle ore 03:11 | link | commenti (4)
categorie:
mercoledì, 14 maggio 2008


peripezie di johnnypanic alle ore 19:33 | link | commenti (2)
categorie: teatro, le mie prigioni
martedì, 13 maggio 2008


del paese piccolo piccolo le grandi e perciò scomode verità



teorema 1
di come i fatti, al girare del vento,
scompaiono. Stai bene attento!




a me sembra piuttosto plausibile, il paesaggio di sabbia. Non ha bisogno del mio commento. Grazie Travaglio, ciò che dici mi pare semplice: 'se uno vuole sapere le cose, ci sono luoghi, modi, persone che potranno aiutarlo a sapere'. Questo paese è fatto di cittadini: cittadini a cui il rapporto tra etica e politica non interessa (un ladro o un ignorante io li voto più volentieri, dirà questo genere di cittadini, perchè in fondo sono più simili a me); cittadini che scappano e diventano cittadini di paesi meno 'piccoli', di paesi dove le cose-come-stanno stanno abbastanza chiare a tutti; cittadini che non sanno niente e non ricordano niente e che andrebbero invitati (o anche obbligati) a interessarsi, a ricordare, a riflettere - riflettere sui legami:  tra il denaro rubato e il denaro mancante, tra ciò che il popolo auditel sa e le notizie scelte dai telegiornali come (deboli) prove di un 'diritto all'informazione'. Poi da qualche parte ci sono pure cittadini che leggono, osservano, ascoltano, riflettono, cònfutano, si impegnano a distinguere
e separare le palle grosse da quelle piccole e dalle rare, nude e scomode verità, fanno lo sforzo di unire i puntini e, quando scorgono il disegno che sorregge il fatti, si fanno sentire. Un po' altezzoso, si dirà, questo Travaglio autore de "La scomparsa dei fatti" (Saggiatore), quando condisce con sottili risate beffarde il tragico teorema che espone, ma saranno appunto il teatro che ultimamente fa, il terapeutico sarcasmo o l'incredulità; e un po' terrifico il basso continuo in sottofondo ad annozero, ma ci sta. Ed è pure un bell'uomo, aggiungerei. E a questo proposito:


teorema 2

di come "semo tutti frosci"




Per un paese più consapevole e tollerante:

Travaglio Ministro della Cultura (e mio amante),
Manfredi postumo alle Pari Opportunità  
(e torna a casa Bondi, e Carfagna al varietà)

un sentitissimo grazie a Larvotto, gran collezionista

peripezie di johnnypanic alle ore 01:34 | link | commenti (2)
categorie: italianò
martedì, 06 maggio 2008

< peste alle vostre famiglie >
                                                       Mercuzio, in W. Shakespeare, Romeo e Giulietta





cesare lombroso da verona
, tu che hai scritto testi fondamentali come L'uomo delinquente, La ruga del cretino, Perchè i preti si vestono da donne, veri capisaldi della fisiognomica e della criminologia, utili a distinguere gli uomini dalle donne dai preti, i saggi dai cretini, i buoni dai cattivi, saprai certamente aiutarmi nel riconoscere, tra questi cinque giovani italiani tuoi concittadini, chi
tra questi cinque ha l'aria dell'assassino?




      guglielmo                  nicolò                       raffaele                andrea                  federico


Siccome sei morto e non puoi più dire nulla ne aggiungere nuovi tratti ai tuoi ritratti criminali, allora te lo dico io: tutti e cinque, e indifferentemente, per una sigaretta negata hanno ucciso a calci nicola, in mezzo alla strada. Perchè fumare fa male? Perchè il male è banale? Perchè fumare è banale?


ll male non è profondo nè demonico. E' superficiale, e può devastare tutto ciò che si trova in superficie, come piaghe. "Peste alle vostre famiglie". Il male è banale, e banalità significa mancanza di radici. Il male è banale perchè è frustrato dal non riuscire a pensare, approfondire. Tu pensa, invece. Il semplice uso del pensiero previene il male poichè pensare significa arrivare nel profondo, nelle radici, dove il male non c'è. Parla, e sii perplesso. Pensa, e pensa fino a che punto puoi dirti in pace con te stesso, e poi esprimi un tuo giudizio: è un giudizio che non può essere solo 'è giusto' oppure 'è sbagliato', non può essere solo morale. Non favoleggiare, non moraleggiare: la realtà è più complessa e richiede la tua interpretazione. Pensare significa ricordare, tenere presente il passato, la Storia. Osserva lo stato delle cose qui e ora, le responsabilità tue e quelle dello Stato, di un governo scacciapensieri che legittima i fucili, i pestaggi, la prepotenza, e fa della violenza abitudine, spettacolo o perfino sogno, strumento per poco Fini giochi politici.
Nella classifica dei crimini della settimana il feroce omicidio di verona, opera di giovani di estrema destra - non montecchi contro capuleti, non viceversa - solo per dare quel tocco in più alla serata, è in seconda posizione. Al top starebbe la bandiera israeliana bruciata a torino alla fiera del libro da giovani di estrema sinistra. E' meno grave, dice gianfranco fini, perchè l'omicidio di nicola non è ideologico, non è un attacco alle istituzioni, ma è solo imbecillità. Pare che tra crimine ideologico e crimine d'imbecillità, se proprio bisogna scegliere, questo presidente della camera preferisca il secondo.  Evidentemente pensa che l'imbecillità di quei cinque fascisti non lo riguardi.  Si prevede un paese di sole vittime, use a morire a veder morire a far morire a lasciar morire, i palestinesi - kamikaze o cittadini comuni - come i veronesi - assassini o assassinati da passeggio. E così sia: guglielmo nicolò raffaele andrea federico hanno assassinato nicola e loro stessi, e verranno puniti, ma attraverso questa ferocia non hanno nè voluto esprimere nè involontariamente espresso un'opinione, un dissenso, un disagio, non hanno detto ne voluto dire qualcosa, non rappresentano qualcosa, non sono sintomo di qualcosa, non c'era un pensiero nè dietro nè sopra di loro, non sono pericolosi come invece quei violenti che 'mirano al cuore delle istituzioni'  bruciando la bandiera  dello stato d'israele - e non c'è bisogno di dilungarsi ancora sui pesi e le misure in uso nel e per lo stato d'israele - ritagliato sulle mappe a forza di ricatti, rimorsi, interessi.

guglielmo nicolò raffaele andrea federico
hanno solo schiacciato la testa di un nicola qualsiasi - no, non era mercuzio, non era il nipote del principe - e sono solo imbecilli e noi non possiamo farci niente.
No?




peripezie di johnnypanic alle ore 01:49 | link | commenti (5)
categorie: italianò
mercoledì, 16 aprile 2008




 

seguono le firme degli 8 detenuti della sezione Alta Sicurezza del carcere Dozza di Bologna, che frequentano stabilmente il laboratorio, che sono miei amici e ai quali esprimo tutta la mia gratitudine per avere accettato di scrivere del nostro lavoro insieme

peripezie di johnnypanic alle ore 21:52 | link | commenti (3)
categorie: le mie prigioni
martedì, 15 aprile 2008

non sono al PC
ora mi domando
sta per <non sono al computer>
oppure per
<non sono al Partito Comunista>?
Perchè in questo secondo caso
sarebbe come dire
non essere in un non-luogo
(non-luogo è l'etimo di utopia)
cioè non essere in un'utopia
ed essere perciò e con certezza
in un luogo vero
cioè qui e ora
cioè nella merda.


Tento,
ed è la prima volta che mi cimento a parlare di politica,
di dare qualche ipotesi di risposta alle 10 domande del momento.



1. Perché la satira è solo di sinistra?

Perché quella di destra non esiste o fa ribrezzo (torte in faccia e travestiti al Bagaglino). Oppure la fa direttamente il premier, di solito con le dita: le corna alla Commissione Europea, il mitra puntato contro la giornalista rea di avere posto una domanda non 'allineata', eccetera.


2. Perché la destra vince nella dilagante provincia e perde nelle ormai insignificanti grandi città?
(sia la risposta che la domanda vanno riconsiderate ora, dopo i ballottaggi romani e i saluti, sempre romani, in Campidoglio)

Perché in città molti hanno la strana abitudine di leggere i giornali e di uscire e incontrarsi con gente varia, che viene da altrove, che passa di lì, mentre in provincia la sera non c'è nulla da fare, tutti stanno a casa e guardano la tv. Di certo, nel bene o nel male,  scrivere significa articolare un'opinione e prendere una posizione, fare un programma tv significa prendere solo le posizioni necessarie affinchè il decoltee barcolli e trabocchi, la rissa tracolli e decolli la riffa da un milione di euro di montepremi per chi sa dirmi di che colore era il cavallo bianco di Napoleone. Null'altro.
Perchè a leggere si fa fatica e tra l'altro bisogna essere capaci.


3. Perché gli esponenti di questa destra sono, nella maggioranza dei casi, così impietosamente brutti, oppure deformi a causa dalla chirurgia plastica, o sembrano cartoni animati, comunque sgraziati o impacciati nei modi, pacchiani, se sono donne saranno cariche di trucco e gioielli, se sono uomini saranno 'burini', e hanno voci chiocce (tremonti), secche (larussa), vuote (bondi), da beota (calderoli), mentre quelli di sinistra possono non essere degli adoni ma almeno risultano tendenzialmente eleganti e puliti, pettinati, non indossano mascheroni e hanno una voce chiara, che si capisce, che si può sopportare?

Francamente non saprei rispondere, e non vorrei sembrare razzista, ecco. Però è sotto gli occhi di tutti.
Che quello di questa destra sia
il discreto fascino della borghesia?


4. Perchè la sinistra perde sempre, anche quando vince, e la destra vince sempre, anche quando perde?


Questa è una domanda facile.
La sinistra aspira a rappresentare il "tutti"  (operai, sindacati, gente comune la cui forza è l'unione: da lì si partì, un giorno)  scontentando tutti. Si esprime attraverso il dialogo costante, dialogo di costruzione. La dialettica è un esercizio che può in effetti apparire masochistico, per il quale ci si mette continuamente in dicussione - rischiando di girare a vuoto e perdere tempo, come stavolta, senza "intercettare" (che è il termine che va per la maggiore in queste elezioni 2008; e cosa preconizzerà se nel 2001 il più gettonato fu "forchetta" e preannunciava un quinquennio di ricette di cucina al tg, sorrisi e canzoni napoletane?) il disagio reale, su cui spremersi.  Allora, dicevamo, crisi significa 'taglio, separazione', annuncio del cambimento. Dunque senza crisi e senza una profonda fiducia nella crisi, nulla cambia. Discutere solleva le crisi e le contraddizioni interne ed esterne e le trasforma in possibilità. Montagne russe, umoralità, sì, ma è così che va l'amore che fa girare il mondo. Gli elettori di sinistra sono interessati alla politica e sono critici, esigenti, fedeli a una linea non ad un 'personaggio' (tendenza del tutto sconfessata in quest'ultima occasione, di grave emergenza: i principi della sinistra immolati sull'altare dell'antiberlusconismo, del voto-utile. L'ho fatto anche io. Ora vedrò se e quanto mi toccherà pentirmene e, pentendomene, rimediare). Domandarsi se non sia il caso di smettere di discutere e cominciare ad agire persuasivamente. Ma non domandarselo per i prossimi 5 anni. Darsi una risposta, foss'anche provvisoria, quanto prima.
La destra aspira a rappresentare l' "uno" (
imprenditori, borghesi, gente comune la cui forza o la cui aspirazione è il denaro: da li si partì, un giorno) accontentando qualcuno, promettendogli di difenderlo da tutti i 'parassiti' che potrebbero infestare il suo orticello. Sono quelli che 'si sono fatti da soli', nonostante gli ostacoli della legge o dell'istituzione, o che sognano di farcela da soli. La forma espressiva è il monologo senza interlocutori nè arbitri nè contraddittorio. Nel monologo si alternano i toni di esaltazione ai proclama sulla distruzione del 'nemico', dipinto come cannibale, pervertito, subumano, "coglione" nel 2005, "grullo" nel 2008. Raramente si parla di programmi di governo, si preferiscono il pettegolezzo, le confidenze, le battute di spirito, il mammismo, le riverenze e i cori in playback. Non c'è una linea a cui essere fedeli, l'etica - di fronte al mercato, al giro d'affari - è un inutile orpello che ostacola l'agio, la libertà di muoversi al di sopra della legge e al di sotto della decenza. L'ascesa deve apparire inarrestabile ed è solo così che si slanciano i ponti d'oro degli imperi, fiumi valli mari e montagne di denaro, vero per pochi ed immaginario per tutti gli altri, ma che fa comunque girare il mondo. Gli elettori di destra non sono un gruppo bensi un gregge, vogliono tutto per sè e ne vogliono di più. Non sono interessati alla 'cosa pubblica', alla politica, anzi il termine li infastidisce poichè la politica è solo  'chiacchiera' ("tutto chiacchiere e distintivo, tutto chiacchiere e distintivo" diceva Capone all'agente del fisco Ness, che lo aveva incastrato).  Il 'personaggio' di punta, il leader carismatico, chiacchiera eccome! ma non in modo noioso bensì sempre divertente ironico goliardico. E' carismatico, cioè rappresenta egregiamente e con orgoglio il grande sogno di tutti questi italiani: di cagare sulle istituzioni e di farla franca e di essere applauditi per questo.


5. Perchè i sondaggi e gli exit pole hanno la strana abitudine di dare vane speranze alla sinistra?

Devo rispondere che evidentemente gli elettori di destra si vergognano ad ammettere la loro preferenza. Aggiungerei che fanno bene. Oppure erano di fretta perchè avevano parcheggiato in seconda fila. Concluderei che è meglio non badare agli exit pole o dare loro il valore che in effetti hanno: maggiore il  vantaggio della sinistra, maggiore l'ipocrisia della destra.


6. Perché è stato rieletto un uomo che,
dopo aver inaugurato in grande stile il suo secondo governo con le mirabilie del G8 di Genova,
ha così calorosamente dimostrato per cinque anni
di essere un bugiardo patologico,
il primo beneficiario dei suoi puntuali condoni fiscali edilizi eccetera,
un inquisito perenne,
il pappone di mediaset, mondadori e ora alitalia
il papocchio dei mafiosi, strenuo difensore delle loro eroiche imprese
(i caso dell'Utri e Mangano non hanno bisogno di essere commentati)
un gaffeur fantasiosissimo,
una figura di merda internazionale (Strasburgo docet),
un magnate magnaccia di soubrettine
strenuo difensore dei soli suoi propri diritti
persecutore della libertà di espressione
(e che Biagi riposi in pace)
manipolatore del consenso attraverso la volgarizzazione estrema del dibattito, la violenza, gli insulti, i proclama, le invenzioni di sana pianta, facendo presa su quanto siano l'odio un sentire facile e la menzogna un espediente comune, ovvi, tanto ovvi che tutti si riconoscono.  Dicevamo: perchè è stato rieletto?

Perché, s'è detto, l'ha 'fatta franca', è un 'furbone', è 'promettente' da più di 30 anni (e l'Italia di certo "Non è un paese per giovani") e poi perchè è un uomo di spettacolo al centro della “società dello spettacolo” (Debord la descrisse perfettamente nel '68!); è un Bold and Beautiful, padre di una Dynasty di Forrester, Grande Fratello a cui confessarsi. Porta una calza di nylon su ogni obbiettivo, dai tempi della discesa in campo ad oggi, a sfumare rughe, discrepanze, cicatrici, contraddizioni: che l'obbiettivo sia quello della ripresa del paese (Arcore o l'Italia?) o quello della ripresa in diretta dalla villa, la calza/filtro resta. Pure la sua immagine è oggi sfiancantemente <ottusa> (come direbbe Barthes, parlando del personaggio di Ivan il terribile nell'omonimo film di Eizenstein): la calotta di capelli finti si vede, la dentiera si vede, il fondotinta si vede, le pinze che gli tengono insieme la faccia si vedono e tutto partecipa ad un senso di terrore e di ridicolo insieme. Attraverso una programmazione mediatica prima assordante e poi strisciante quest'uomo ha costruito il suo fans club di varia umanità telecomandata (la generazione telecomando-dotata), spettatori perenni, costanti e votanti, medaglie d'oro dello zapping, disinteressati a distinguere l'informazione dalla fiction, la politica dalle ricette di cucina, l'amore dal supermercato, l'auditel dall'indice di gradimento, e tanti sono gli italiani che ora non vivono più senza il varietà-contenitore, le mamme in paradiso, le amanti in vacanza, i figli da sposare a una precaria, i vernissage con gli stilisti, le ville in sardegna, le canzoni alla chitarra, i culi al vento e le poppe al melone, le risse in fascia pomeridiana (protetta), le battute sul milan, l'impressione di una satira
a Striscia la notizia che satira non è ma è punti-simpatia, e sono grati a chi gli ha dato tutto questo, cosi tanto così vivace così divertente così luminoso da accecare, luci in faccia, mai un chiaroscuro, mai un dubbio, mai un controluce, mai un faro di taglio! Nella società dello spettacolo vince la luce piatta di 5000 fari accesi contemporaneamente e di fronte, una luce costosissima e brutta, nessuna atmosfera, nessuna intensità (invito a frugare negli archivi rai, qualche canzonissima, per capire la differenza tra l'immaginario di allora e quello di oggi).


7. Perché la casa delle libertà ora si chiama popolo delle libertà?

Perché il populismo è una scarica irresistibile e inarrestabile di luoghi comuni, e perciò vince su ogni tentativo di vedere le cose nella loro tridimensionalità. Ecco il populismo, sebbene il "popolo" nessuno possa dire cos'è. E la libertà?
Chiedersi perchè quello di Berlusconi si chiami Popolo delle Libertà è un po' come chiedersi - sempre per tornare alla violenza che paga in termini di audience -  perchè il programma di Maria de Filippi si chiami Amici quando in realtà tutti - tra allievi, tra insegnati, tra allievi e insegnanti e anche alcuni membri del pubblico - si prendono a calci nei denti senza alcuna pietà e senza alcun motivo nel mezzo di un'arena di spettatori urlanti senza alcuna pietà e senza alcun motivo.


8. Perché la Lega ha vinto in modo così schiacciante?

Anzitutto perchè ce l'ha duro, ovvero parla una lingua armata, sgrammaticata, sfacciata. Non è un gruppo politico ma territoriale dunque suo scopo è il bene di alcuni e in nessun modo quello di tutti;  non segue un’ideologia e dunque non conosce regole etiche che possano interporre qualche scrupolo nè regole grammaticali che suggeriscano una dialettica possibile con 'altri', ne alcuna diplomazia. Persegue scopi precisi, fa ampio uso di figure volgari, epiteti offensivi, voci dialettali, che fanno 'genuino',  colpo, tiratura, consenso, squadra anzi squadrismo. C'erano giovani dall’aria tracotante, grassi e unti, tutti e dico tutti lì a ruminare chewing-gum, dietro Maroni ieri sera, a tenere in alto lo stendardo. Sembrava una comica. E Maroni, mentre Bertinotti gli rivolgeva la parola in diretta tv, rispondeva a svariati sms. Ma, del resto, chi è Bertinotti?


9. Perché il Pdl ha vinto in modo così schiacciante?

Il Pdl esprime in modo chiarissimo l'affermazione del potere della TELEVISIONARIETA', l'invenzione di un mondo immaginario, la promessa di un mondo senza più dubbi o domande -  e se fosse necessario per fugare i dubbi, anche i libri di storia, come dice l'ottimo Dell'Utri,  possono essere riveduti e corretti o, per far prima, non più letti o, per far prima, bruciati (Fahrenheit 451 è sempre attuale) -  senza più il dovere di formarsi e informarsi e mai uniformarsi, di far fatica a capire, di sforzarsi. Pdl è la proposta di un mondo in cui l'immagine - comoda, tutta lì davanti, unaria; iconica e dunque a-dialettica, che può essere commentata solo in termini estetici; formula vincente per pubblicità di massa, persuasione di massa, compravendita di oggetti inesistenti - sostituisce completamente la parola, la fatica e i dubbi dell'interpretazione, il dialogo tra il possibile e il fattibile, il commento, la problematizzazione. L'immagine  immortalata (che fa sì che i morti ci appaiano vivi),
rimuove il reale inteso come movimento, problema, confronto, oscillazione, salto, possibilità di vittoria come di sconfitta, spettro - spettralità - dei significati.
Non si capisce come possa l'onorevole Berlusconi accanirsi tanto contro i Magistrati che mai una volta - e quante avrebbero potuto! - l'hanno cacciato in galera, o contro la sinistra che in un anno e 8 mesi non ha varato una legge contro il conflitto di interessi. Non si capisce come possa l'onorevole Berlusconi parlare di informazione deviata dalla sinistra quando tiene in tasca Vespa alla Rai, tutte le tre reti "Fininvest" oggi Mediaset, Ferrara a La7, tutto il gruppo Mondadori (in quanto a Ferrara, Vespa, Fede, non fa che consolidarsi quella mia supposizone un po' discutibile e razzista che vede la destra come composta da figure fisicamente repellenti. Quando sogghignano poi...).  Questa onnipotenza mediatica, incontrastabile, fa sì che il Pdl 
possa esprimersi in modo chiarissimo, su tutte le reti, su tutta la rete, su tutti i mezzi di comunicazione, in tutti i salotti, come sfiducia profonda, che affonda fino negazione e allo sberleffo, per ogni significato del termine POLITICA.

Che sia, POLITICA, un termine il cui significato è stato smarrito da TUTTI?
Temo di sì, e anche il mio antiberlusconismo ne può essere, temo, una prova.

In quanto alla sinistra / quella vera:
ho sempre sospettato che sinistra e maggioranza fossero due termini sostanzialmente contraddittori. Come se la naturale vocazione della sinistra fosse quella dell'opposizione dialettica/etica a una sempiterna maggiornanza pop (ulista) e sorda. Ora qui - in Italia e solo in Italia (dove c'è già chi parla - e come potrebbe tacere? - di un diabolico progetto BerluSCAZZInger) -  succede che anche sinistra e opposizione siano diventati due termini contraddittori. E perciò:


10. Che fare?

Scegliere:
Farsi carico delle paure degli Italiani (dopo che questa specie di destra e questa specie di chiesa le hanno alimentate, perchè chi ha paura, si sa, è facile da manipolare e piegare) o educare gli italiani a essere meno paurosi, più coraggiosi (e chi non ha paura è sempre e comunque un uomo libero, eretto).

Per tutti quelli che sono o si sentono fuori da una classe politica paurosa,
- proprietà privata di un uomo solo e privo di una qualsiasi "vocazione politica", un imprenditore di gran talento, che per riuscire nella sua titanica impresa ha viaggiato e viaggia in prima classe aldilà del bene e del male, indifferente al senso dello stato e del bene comune: in breve uno che se facessero un casting per il ruolo di 'tiranno' non avrebbe rivali -
 
per chi non ha votato quest'uomo votato ai suoi soli propri interessi
ecco l'occasione per esplorare il significato del termine POLITICA in modi e luoghi nuovi,
e decidere cos'è da oggi e cos'è quando si sta fuori da Montecitorio e perciò
senza che Silvio Berlusconi
possa dettarne le condizioni.

SENZA PAURA,
educarsi ed educare a non avere paura di essere
noi tutti animali politici, quali la natura ci ha fatti,
per strade piazze pagine palcoscenici muri musica blog e parole
che sono luoghi reali sempre lIberi e sempre pronti ad accogliere con rispetto
il caldo non-luogo dell'utopia.


(soprav)W l'Italia!






peripezie di johnnypanic alle ore 19:14 | link | commenti (4)
categorie: italianò
sabato, 05 aprile 2008

e se io fossi un film
        oggi vorrei essere
          all'ultimo respiro




a parigi e morire così
senza storia
nel novecentosessanta
 
sparato alle spalle per strada
  
con un bel nome falso tipo laszlo
a parigi e restare così
   
senza sceneggiatura
impresso sul tempo
sulla storia
senza bisogno di avere una storia
con te
sul tuo cuore e
- con le mie tre
buffe smorfie -
sull'asfalto

    
sul film sugli occhi sulle labbra
di uno o una che cinquant'anni dopo

mi guarda e ancora
 
sfregandosi le labbra
s'innamora

sarà questa la fortuna dell'attore
che muore sempre e mai muore
resta qui e continua a far l'amore

(ecco
la storia è questa)


peripezie di johnnypanic alle ore 02:54 | link | commenti (3)
categorie: anemicinema
sabato, 29 marzo 2008

  


A pms

peripezie di johnnypanic alle ore 12:52 | link | commenti (3)
categorie: teatro parole
giovedì, 27 marzo 2008

Sulla presa del tempo
letture in compagnia di Claudia Castellucci
16 marzo 2008, Prato



Avvertenze - Per questo nostro incontro ho scelto di leggere alcuni brani da autori diversi e commentarli insieme a te.
Ascoltare una voce che legge è difficile. La lettura si compone di frasi consequenziali, l'una dietro l'altra senza sosta, e chi ascolta riesce a coglierne alcune, e altre si perdono. Ma è necessario guardare bonariamente a questa perdita. Va bene se tieni ciò che più ti colpisce ed è significativo anche così, a frammenti, a pezzi. Interrompimi se necessario. Chiedi. Dì.

Questo comprendere sempre interrotto e a salti è buono pure sui temi fondamentali del nostro lavoro quali sono quelli che andremo ad affrontare – il tempo, la durata, il ritmo – , stanze del pensiero in cui non è possibile depositare alcunché di definitivo. Stanze principali  in cui è necessario tornare spesso, spesso quanto spesso noi cambiamo e insieme a noi cambiano i nostri strumenti di indagine.
E quello che andrai a sperimentare oggi, selezionando e trattenendo le parole che più ti colpiscono, è un ragionamento, un razionalizzare,  tutto legato ai sensi.

Sono un filosofo? Sì. E di certo non sono uno storico della filosofia.
Di fronte agli elementi essenziali della nostra arte non c’è bisogno di interpellare esperti, persone che abbiano a lungo studiato attorno a quella parola, quel termine, eccetera. Se io mi accosto a certe parole è perché ne ho bisogno, e questo mio bisogno è già filosofia. Perciò ti invito ad abbandonare qualsiasi timore reverenziale di fronte alle parole organizzate in concetti.
Del resto chi sono mai gli esperti nella filosofia della performance?
Del resto nelle università italiane la tendenza non è sempre storiografica e dunque sostanzialmente antifilosofica?

Poniti delle domande e inventati delle risposte senza appoggiarti a nessuna teoria, a nessuna storia. Non si tratta di un appello all’ingenuità ma all’autenticità. Così come tu sei, tu ti disponi attorno ai problemi.

Le parole del passato sono fonte di ispirazione. La tua ispirazione attingerà a quella fonte, ma non come patente giustificativa di ciò che tu puoi (o devi) pensare. Insomma, non è necessario percorrere i solchi già tracciati. Di fronte a certe parole dotate di orizzonte, fondo, basamento, l’atteggiamento giusto è invece l’attacco:
a queste parole io mi attacco,
e queste parole io le attacco.

§

Henry Bergson, Il pensiero e il movente  - Un’interrogazione attorno alla parola 'durata'.
Ovvio è ammettere che il tempo è dimensione essenziale non solo per le arti temporali, ma anche per quelle spaziali. E così io mi sono interrogata sul tempo affrontando i temi del Ballo, nella Scuola della Stoa:

<< La Stoa è la scuola teatrale di movimento fisico e filosofico, diretta da Claudia Castellucci, che Socìetas Raffaello Sanzio regge dal 2002 al Teatro Comandini di Cesena e che prende il proprio nome dall’antico portico nel quale Zenone si incontrava con i suoi scolari. La scuola "raccoglie persone che, data l’età, si trovano a iniziare la vita nella coscienza individuale della propria fisicità. Il ballo rappresenta un passaggio di espressione non verbale immediatamente decisivo e nella Stoa funziona da potente complemento rispetto alla filosofia. Le manifestazioni della Stoa sono la conclusione di un processo che, coltivato e custodito nella concentrazione e nella riservatezza, ha bisogno quando è maturo di manifestarsi all’esterno" >>.

E’ giusto pensare al tempo come coordinata fondamentale della danza ed è perciò necessario non limitarsi a intendere la danza in termini spaziali, come disegno e traiettoria nello spazio.  Ma per capire il tempo spesso lo si 'spazializza', cioè lo si banalizza. L’intelletto 'raffigura' il tempo e così, assecondando questo bisogno razionale, la durata scompare.

Come capire il tempo, allora?  Attraverso l'intelletto o la visione?

Si potrebbe dire che l’intellezione sia la lettura e comprensione dei fenomeni attraverso le parole e la visione/intuizione sia la lettura e comprensione dei fenomeni attraverso mezzi che non sono le parole. In ogni caso, in entrambe queste procedure, la razionalità e l’irrazionalità si mescolano. Non accontentiamoci perciò di stabilire dicotomie puramente decorative tra ragione e intuizione, razionalità e irrazionalità.

Come capire il tempo, allora? Tenendolo?

Per essere in grado di muoversi tra intellezione e visione è necessario tenere il tempo, sì, e ininterrottamente. Mai uscire dal tempo.

§

L’essenza della durata è la mobilità.  La durata è nella mobilità.  La durata è un movimento ininterrotto.
La presa sul tempo ci sfugge se noi interrompiamo il movimento, la continuità indivisibile del flusso della vita. In questa continuità è possibile raggiungere una conoscenza nitida, che si distingue appena dall’oggetto visto, una conoscenza che è contatto e anche coincidenza con l’oggetto.

L’intuizione/visione, primo luogo della coscienza, immediato, non ferma né cristallizza gli stati della nostra vita: è continuità indivisibile e sostanziale della vita. Dunque, per quanto mobile, essa è sostanziale, non vaporosa o evanescente ma fondamentale per appoggiare la vita su una determinata rotta.
L’intelligenza è invece coscienza mediata dalla considerazione della vita come un insieme di parti che non hanno alcuna continuità. 
A noi spetta prendere e tenere il tempo muovendoci continuamente da una posizione all'altra (salvandole entrambe dalla follia, dico io, e costruendo quella "coreografia ermeneutica" di cui recentemente s'è parlato)

Una forma di conoscenza come quella su indicata, che sia coincidente con l’oggetto, può essere colta in maniera squisita nel momento della creazione artistica, quando le cose e le idee sono un tutt’uno con la coscienza immediata, e si toccano. Tale contatto può avvenire anche nello spettatore, che viene toccato e tocca l’opera d’arte.
Una conoscenza che è un contatto,
non una distanza,
non una misurazione.
Conoscere attraverso il contatto.
Allora le idee non potranno sorgere separate dalla materia. Compito dell’artista non sarà rivestire le (sue) idee con materiali curiosi interessanti provocatori: così facendo si priverà del contatto, della coincidenza e fusione tra l'idea, la materia, lo sguardo.
Ecco. Questo è un nodo essenziale.
Se io volessi studiare un oggetto o un'opera d'arte (io artista sull'oggetto o io spettatore sull'opera d'arte) con uno sguardo che non è immediato ma mediato, li potrei studiare in molti diversi modi, certo, ma non avrei mai con essi un incontro, un contatto.

Pensare intuitivamente significa pensare in termini di durata e di moto, di flusso.
L’intelligenza invece può catturare solo ciò che è fermo o fermare ciò che è in moto, ricostruendo poi il movimento attraverso la giustapposizione di una serie di immobilità. L’intelligenza ha a che fare con cose stabili e fa del movimento (cioè della differenza, del cambiamento) un accidente, tende a considerare ciò che è nuovo come un adattamento di ciò che già si conosce. L’intuizione invece parte da una realtà che è creazione, qualcosa che in continuazione  sorge. E’ disposta perciò a novità radicali e continue.
Il lavoro abituale del pensiero è facile e può durare quanto si vuole; è puramente un lavoro di riconoscimento di cose che già abbiamo.
L’intuizione invece è faticosa, e non può durare.

L’idea generata da una intuizione/visione è, in principio, oscura. O meglio, è di una differente chiarezza, che non è la chiarezza dovuta all’adattamento e alla ricombinazione di ciò che già sappiamo. Se tale tipo di chiarezza noi la dominiamo, la chiarezza dell’intuizione noi invece la subiamo.
Un'idea radicalmente nuova, radicalmente semplice, io la capto mentre essa saetta. Questi i termini buoni per descriverla: essa non può essere arraffata o agganciata dall’intelligenza. E la nostra prima reazione sarà perciò di dichiararla incomprensibile.
Ma invece - e ve ne prego - accettiamola provvisoriamente nei compartimenti della nostra mente. La vedremo, essa oscura, illuminare le nostre oscurità.

Si pensa che l’arte sia la traduzione di temi che l’artista ha già ben chiari.
Ma non è mai così!
L’arte non è una sequenza di temi. Non è lo svolgimento di un tema.

Io dunque prediligerò le cose che non mi sono subito chiare.
Vorrò fidarmi di ciò che NON capisco.
Ecco un modo per distinguere la natura dell’ispirazione.
Lampante.





Necessario trovare il modo di indurre lo spirito umano ad accettare il mutamento e il movimento e conseguentemente interpretare i concetti come momentanee e snaturanti immobilizzazioni di un moto, di una elettricità che coinvolge ogni cosa. Anche la fisica pone questa condizione, questa necessità, quando afferma che la sostanza delle cose consiste nel loro movimento atomico. Anche un sasso, dunque, è in continuo mutamento. Così ogni forma di misurazione si sposta dalla cosa in sé al processo che la muove.  Ecco l’impressionismo, il cubismo eccetera, tutte le indagini visive spostate dall’essere della cosa al suo irrefrenabile divenire.

§


Aby Warburg - Pathos Formel   - I fatti avvenuti nel passato (sia privati che collettivi) non possono essere cambiati. Pure, la mia vita attuale, la mia vita nella durata, può com-prendere in una maniera nuova e a questo modo ‘salvare’ il passato. Questo è chiaro nella Tesi di filosofia della Storia di Walter Benjamin quando parla di ‘tempo messianico’ e afferma che la storia è una moltitudine di uomini che chiedono di essere salvati.

Aby Warburg vede le opere d’arte come immagini con cui entrare in contatto, cioè oggetti da analizzare anche attraverso l’intuizione. La sua storia dell’arte parte da un esperimento, la Pathos Formel. Su settanta grandi lavagne Warburg applica in un ordine apparentemente sparso molte immagini, forme iconografiche diverse per natura soggetto stile. La loro prossimità e consequenzialità ha come parametro la durata, e non – come si usa quando si studia qualsiasi storia -  la consequenzialità razionale e cronologica che prevede che i primitivi siano i primi ad essere studiati e i contemporanei gli ultimi. Warburg propone dunque una modalità sincronica, in cui è l’approccio dello studioso in quel momento a determinare la sequenza. In questo modo egli vede come la storia dell’arte si raccolga costantemente attorno a forme/formule del pathos. La formula patetica è quella che "tocca", che fa patire quando ci si avvicina, ed è una forma presente in tutte le manifestazioni dell’arte. Warburg coagula le sue Pathos Formel all’interno di questa ‘mnemosyne’, questo atlante della memoria sparso in 70 lavagne e diviso in costellazioni.
Ogni opera è infatti un lavoro di costellazione. La creazione è un costellare, unire punti formando immagini.

Il passato – per Warburg, Benjamin, Bergson – non è da considerare come una sorta di libreria, dove le cose vanno prese così come sono, cioè come spettri. Il passato è una reviviscenza: lo spettro deve rifiorire. Ecco il compito dello storico e dell’artista.
Se dunque il passato non è antecedenza ma presenza, è cosa ovvia che vada rivivificato.

Il passato, dentro la durata, è presenza. Presente. E così pure il futuro.

Così il movimento contrasta radicalmente con qualsiasi forma di fatalismo.

Sul destino, una mia nota: mi viene da pensare che ogni oggetto o soggetto spettacolare debba prendere le mosse proprio da un movimento, da un’azione continua, che si trasforma consumandosi e riemergendo sempre nuova. Così, rispetto ai miei progetti di messinscena,  l’uomo che danza per Cuore di cane e - volendo, si può immaginare -  una ruota della fortuna o un gioco di dadi tra androidi per Anfitrione. E sempre per Anfitrione, immaginare se il tavolo da gioco su cui tutta questa psicomachia ha luogo tra uomini e sagome in cartone (cartoni animati) lentissimo ruotasse, come un pianeta piatto, una Terra senza gravità.
Sul destino: cercare il De fato di Cicerone.


§

Pavel Florenskij,  Lo spazio e il tempo nell’arte  - In pittura, la prospettiva è la crisi, la linea dirimente che separa il mondo orientale da quello occidentale.
Considerando le tensioni spirituali come fondanti per determinare lo stile nelle diverse epoche dell'arte si nota, scrive Florenskij, come nell’arte egizia sia la lunghezza la dimensione principale. Nell’arte greca, poi, vi è pieno equilibrio fra lunghezza e altezza; quella greca è arte ‘canonica’ in cui la ‘misura’ è un atto morale – ordine, orientamento – e non ha nulla a che fare con la misurazione. Nell’arte paleocristiana è l’altezza la dimensione principale, poi enfatizzata nell’arte medievale sia in architettura che in pittura. Nell’arte rinascimentale infine - per i cui esponenti questo studioso nutre uno spassionato rancore -  ci si disinteressa all'equilibrio tra orizzontale e verticale e predomina invece la profondità, “smisurata e stupida”, dice Florenskij, e aggiunge: “mi conduce verso il caos, verso nessuna misura. Ho un solo sguardo poiché il punto di fuga esclude tutte le linee alternative della visione, esclude dunque ogni altro sguardo".

§

La durata delle cose è uno spessore.
Un oggetto solo tridimensionale non esiste.
La forma di ogni fenomeno dipende dalla dimensione del tempo.
Se non ha a che fare con il tempo nessun oggetto è reale. Non può neppure essere pensato, poiché i pensieri stessi sono un prodotto della durata. Eppure la nostra coscienza, per comprendere la realtà, tenta di liberarsi della durata, inchiodando l’oggetto per bloccarne i processi.

§

Cos’è il tempo dentro un dipinto?
Un tempo omogeneo, cioè continuo, non è in grado di rendere un ritmo. Il tempo va perciò consegnato a una diversità, a un ritmo che presuppone pulsazione, dilatazione, concentrazione, passi avanti, indietro, fermate, salti, etc.
Gli elementi figurativi devono concatenarsi in elementi di quiete e elementi di salto; elementi di fissazione, fatti per trattenere lo sguardo, altri invece fatti per far saltare lo sguardo.
Gli elementi di salto sono destinati a separare elementi contigui di quiete e privano perciò l’opera di continuità: ne consegue che gli elementi di salto, responsabili del ritmo – cioè della durata –, non sono visibili.  Elementi di fissazione e di salto devono essere uniti da necessità e riconoscimento, essere connessi in un’unica serie, avere una loro unità interiore tale da rendere possibile e anzi necessario il movimento.
Ecco che, nel quadro, prende forma il tempo e io lo vivo.
Mentre l'imitazione della natura, quale visione passiva del mondo, è letteraria, risaputa e non produce esperienza, gli “scorci contraddittori” delle forme bidimensionali – in cui il profilo e la frontalità convivono nello stesso oggetto o corpo raffigurato – permettono la dinamica, il salto, il ritmo, figure con un forte movimento, come ad esempio nel quadro che raffigura l’Evangelista Giovanni e il suo scrivano Pròcoro, o nella rotazione della parte alta dei corpi dei santi a destra e a sinistra della croce.
Rotazione, sì.
Tale rotazione è simile alla musica, all'essenza interiore del movimento.

§


Claudia Castellucci, Stoa e Pro Loco Isto  - << La STOA è un’assemblea localizzata.
Raccoglie persone che, data l’età, si trovano a iniziare la vita nella coscienza individuale della propria fisicità. La sotto-dicitura della Stoa “scuola sul movimento ritmico di Cesena” significa il tipo di relazione, di oggetto, di tempo e la base locale. Per partecipare alla Stoa non è richiesta alcuna idoneità antecedente, né si praticano selezioni perché non vi è un modello di riferimento teleologico rispetto a quanto si viene facendo e a dispetto di chi lo compie. La forma di relazione della Stoa è quella della scuola, e la scuola è una fabbrica del vincolo; lì si va perché si desidera un metro, quel tipo di metro. Il vincolo non è identificabile in un nome da seguire, bensì declassato al rango di utensile. Portatrice - e non figura - del vincolo è l’Insegnante. La scuola è una familia contra naturam dove i figli scelgono la propria madre e, in un certo senso, la generano. L’Insegnante è preposta alla formulazione dei moduli che precedono il lavoro e allo studio discusso dei modelli. Gli Scolari sono sì generati, ma non legati a una matrice sotto forma di replica, per il semplice fatto che sono essi a generare colei da cui vogliono imparare a generare. Si disperde così il carattere personalistico dell’insegnamento, mentre cresce il carattere ipostatico e utilitario del vincolo. Al di là della metafora maternale, l’Insegnante è colei che introduce metri di paragone per determinare la misura dei cambiamenti personali e per trarre un’indole. Sotto questo punto di vista, l’Insegnante non darà mai consigli su come esprimersi liberamente, ma assegna esercizi e metri di paragone in base ai quali avviene l’esame e il giudizio di quanto si fa>>.


Nei balli della Stoa le vie del movimento ritmico sono due: fisica ed emotiva.
Non sono vie che si intrecciano, che si determinano l’una con l’altra.
Quando a scuola ci fermiamo a pensare – sempre dopo l’esercizio fisico, quando siamo stanchi, sudati, concreti – il pensiero si commenta e si esaurisce con le parole, in discussioni dunque. Ma queste parole non possono e non devono descrivere ne essere la giustificazione del lavoro fisico fatto. Altrimenti movimento e parola si depotenziano a vicenda.
Anche il movimento fisico è un pensiero, ma è un pensiero nervoso e osseo, tutto spostato nel corpo.
Nello spettacolo Pro loco isto ci piaceva che il nostro movimento fosse strettamente basato sul ritmo. Se nella danza spaziale la musicalità si ricava dallo spazio, nel ballo temporale ci si muove solo sul tempo, solo sul ritmo. Così il movimento è, inevitabilmente, un salto.

Perché un ballo?
Dopo il teatro è arrivata la ginnastica, che ho incontrato attraverso la filosofia.
La ginnastica non è percorso di conoscenza del proprio corpo, come nelle discipline orientali, ma è fisicità pura, senza personalismi ne sentimentalismi. Pura atletica. Se l’io è inteso spesso come il problema della relazione tra me e il mio corpo, nella fisicità l'io deve presentarsi come un tutt’uno, semplicemente.
Il ballo collettivo, poi, è l’assunzione di un bene, di un valore comune, uguale per tutti.
Il ballo collettivo sarà uguale per tutti eppure sarà un’assunzione assolutamente personale, un atto che io condividerò. Allo stesso modo l’uniforme, identica per tutti, enfatizzerà il mio impegno del tutto personale.





P r  o   l  o  c  o   i  s  t  o 
La lingua adottata in questo ballo è il francese, per simpatizzare con quel pensiero razionale che da Cartesio risale sino agli Enciclopedisti, un pensiero che declassa il dubbio da mistero temibile e contemplabile a metodo di analisi sistematica. Da Cartesio si apprende la sua disposizione a ridimensionare lo spazio insondabile, a puerilizzare l’abisso: la sua idea di determinare la posizione di un qualsiasi punto nello spazio tramite la proiezione di tre segmenti coordinati, cioè ortogonali rispetto ai piani, che si incrociano in quel punto con angoli di 90°, inchioda quel punto alla sua base, fugando ogni evanescenza.
In questo ballo c’è una certa insistenza sul punto, su quella minima estensione spaziale che coincide con la pianta dei piedi. Pro Loco isto si riferisce a questa microscopica base terrestre, e pur non richiamandosi ad alcuna topografia, né a un’utopia, comprende e rivendica  una località, un luogo degli affetti e delle abitudini.

Per il ballo, questo si traduce tecnicamente con un’attrazione verso la terra, rintracciabile nelle ginocchia flesse, nel dorso che piomba e nella testa che pesa, e quando le braccia soltanto si sollevano come alghe filamentose è per contornare l’immobilità di un’àncora posata sul fondo. Psicologicamente, invece, il dettato terrestre fa rivolgere frequentemente lo sguardo verso i piedi, non già per stanchezze o pose cogitabonde sulla fine, ma per sapere cosa significa restare. La terra non è acqua e dunque non riflette nè dà luogo a rispecchiamenti ogni qual volta la si miri: la sua opacità invita a una riflessione profonda e introspettiva. L'orientamento dei movimento è condotto su schemi estremamente oggettivi e il passo è modulato in base al quadrante, e tengono conto non soltanto del tragitto sula terra ma della terra. benchè sia ovvio che il giro compiuto dalla terra sovrasti qualsiasi giro che si svolga su di essa, ciò nondimento questo ballo include, nella sua coreografia, il giro compiuto dalla terra. da qui l'idillio delle Stagioni cantato all'inizio del ballo.
Gli schemi di questo ballo sono sempre minacciati da moti tellurici. E' perciò sempre presente un doppio movimento: da un lato la storia profonda - i lunghi cicli del clima e la lenta mutazione geologica - che eccede la misura degli esseri viventi e che si situa aldilà delle nostre azioni, dall'altro una storia estremamente localizzata, in un paese vasto tanto quanto la pianta dei miei piedi, rocca degli affetti, piccolo picco su cui si sta - e immediatamente occorre dire "ora". La rocca degli affetti e dei profumi deve essere inventata in qualsiasi posto lontano da casa, ed è necessario trovare un punto di intersecazione tra località data (dai natali o dal bisogno) e località inventata; tra storia profonda e storia individuale
Il Ballo è una saltazione marcata dall'uso delle scarpe di cuoio di bue o di vitello. Saltare con una pelle robusta e conciata provoca un suono di zoccolo, e il passo deve misurarsi col ritmo che genera. Ogni posa del piede corrisponde a un suono di pelle priva di sangue e ben secca, che avvolge un piede troppo tenero per la musica e per la memoria delle grandi migrazioni animali §

peripezie di johnnypanic alle ore 16:33 | link | commenti (1)
categorie: teatro parole
sabato, 01 marzo 2008

il trattatello di coreografia ermeneutica di un 29.2
(note a un dialogo sul ritmo, o anche dell'angelo smemorato)



Dicevamo della coerenza ritmica che vorresti dare all’opera
Inserire un elemento ritmico costante - un uomo che danza battendo i piedi, un musicista il cui strumento è il pavimento, il terreno, la terra, e danza ininterrottamente, e la sua danza diventa anche odore, sudore, e la sua danza è il ‘cuore della casa’, della struttura drammaturgica, è il cuore/cane della casa, che resta, eco rinchiusa, ritmo al fondo – che permetta, dici, di consegnare allo spettatore un oggetto performativo di forma compiuta.


Il ritmo dà spessore. Spessore in latino deriva da spesso, che indica una intensità di battuta.
Questa intensità di battuta è, allo stesso tempo, spessore logico. L’intensità di battuta dà spessore, costituzione logica all’opera. In qualche modo costringe lo spettatore interprete alla coerenza.

Abbiamo parlato della storia e dei modi di raccontarla. Dei nostri modi, bisogni, vizi, nel raccontare.
In Rosencrantz e Guidenstern sono morti  di Stoppard, la storia umana – che in questo caso è scopertamente teatro, la metafora <<totus mundus agit histionem>> è esposta – tende a svolgersi infinitamente e in maniera lineare: gli eventi si succedono e si succederanno all’infinito, per repliche infinite. E però questo accade in una visione che è solo teorica. Se invece noi ci poniamo in questa linearità dal punto di vista della circostanza che prevede che noi tutti moriremo, dunque con una precomprensione della morte, allora l’infinito non riusciremo nemmeno a intuirlo. L’uomo fa fatica a pensare all’infinito, fai fatica anche tu, immagino che ti viene quasi un groppo alla gola se ti sforzi di immaginare l’infinità dell’universo. Questo perché siamo tenuti in una precomprensione del finito, siamo quegli animali che di certo hanno la certezza della propria morte. Per questo le storie vanno salvate dalla loro possibile infinità, vanno riportate a una coerenza, a una consistenza. E il ritmo fa questo.

temi da affrontare, ora:
il 'tenersi' coreografico

at-tenersi al tempo della scansione dei significati, e perciò
comprensione come ritmo e coreografia
Ci siamo concentrati su temi quali la partitura, lo spartito, come traduzione cinetica del concetto di comprensione, una comprensione intesa come coreografia: spostamenti, deviazioni, modalità di gestione del tempo, variazioni ritmiche dunque, rispetto alla linearità del racconto.

Una comprensione teorica ci spinge a scoprire la causa che sta dietro la cosa. Il nostro movimento è una traslazione di noi dietro alla cosa. Quando sei arrivato dietro alla cosa hai scoperto la causa, la quale a sua volta diventa una cosa, e tu ti sposti nuovamente a cercare la causa di questa nuova cosa. Insomma, uno spostamento lineare metaforico, un portarsi continuamente dietro alle cose. In tedesco questo ‘portarsi dietro’ - hintergehen -, significa ‘raggirare’. Raggirare la realtà cercandone le cause, potenzialmente all’infinito, e cercare le cause è, propriamente, un raccontare. Quando tu racconti in linea teorica, racconti anzitutto la causa delle cose. Sei raggirante e giustificativo.


/ Il testo poetico che viene letto, meramente letto, sorvolato, sulla superficie della pagina e non giocato saltandoci sopra con tutto il proprio peso, annegandoci dentro perdendoci il respiro /
questa prestazione attoriale così povera, è propriamente il racconto teorico, giustificativo, della causa delle cose, un racconto lineare e infinito, come la presa prospettica in pittura: ha un punto di fuga così distante che il nostro viaggio verso quel punto è un viaggio in cui si perde qualsiasi chiarezza, qualsiasi differenza, qualsiasi dettaglio.

La comprensione invece può essere salvata ermeneuticamente, saltando; ma anzitutto dobbiamo spiegare come nell’ermeneutica giochi un ruolo fondamentale il termine gioco, l’atto di giocare.
L’ermeneutica è un termine pesante, tecnico, della filosofia, pure significa qualcosa di importante, cioè l’arte - cioè la tecnica - di hermes, il dio greco del ritmo. Ma cos’è il ritmo? E’ l’occupazione di una posizione seguita dall’occupazione di un’altra posizione e così via, saltando, e questo oscillare avviene nel tempo, tenendo il tempo: ecco, questo è ritmo, ed è comprensione: tu comprendi una cosa nel momento in cui vai ad occupare la posizione logica in cui si trova il significato della cosa, salti dentro la sua scansione – possibilità –  di significati: da lì vedi che una cosa significa questo e anche quest’altro: ecco già si visualizzano due posizioni logiche: un altro salto da fare. E comunque queste cose hanno un significato solo quando io, interprete, materialmente salto, mi sposto. In italiano si dice che la scansione della cosa termina in una posizione che è il suo significato. Il significato è dunque il termine con cui tu determini la cosa. In tedesco invece si porta il tutto ad un livello musicale: la parola che de-termina in tedesco è bestimmen, che significa avere voce, avere un tono. La stimmung è l’intonazione emotiva, l’atmosfera, l’essere intonati al vocìo dello spazio. Il portarsi su una posizione logica, su una bestimmung (intonazione), e poi su un’altra, tenendosi nella scansione dei significati di una cosa diventa un intonarsi a quella nota che la scansione in sé produce in quanto oscillazione. Parliamo chiaramente di metafore  - le cose non le senti parlare, ma le cose hanno significati e questi cambiano nel tempo, cioè le posizioni logiche ‘spaziano nel tempo’. Questo impone a noi interpreti di giocare con le posizione logiche, ci impone di tenerci alle posizione logiche danzando. La nostra comprensione diventa una coreografia perché ci costringe ritmicamente a tenerci in una posizione e anche nell’altra e anche nell’altra ancora.
In tedesco, ciò che tu fai con questa intonazione con cui la cosa ti chiama, con questa voce, quello che fai con questa voce è spielen: suonare, giocare, danzare.



Il gioco è anche un termine che si usa per dire della tensione di una catena, ad esempio, che ha più o meno ‘gioco’ a seconda di quanto si tende.

Un’altra parola che partecipa della semantica di ‘comprendere’ è ‘intendere’. L’intenzione avviene solo sulla possibilità di una tensione tra te e la cosa che interpreti, tra te in quanto membro di una comunità di parlanti e la cosa che interpreti, tra te e la cosa che interpreti entro il mondo delle cose che interpreti. Tantissimi dunque i livelli di tensione tra te come membro di una comunità e la cosa come ente, come esistente anch’essa nel mondo, perché sia possibile qualcosa come una trama, una stoffa, la tensione che determina i disegni che sono su una stoffa. Da qui la finitezza: questa tensione porta l’esistenza ad essere disegnata in maniera finita su una trama che è ben tesa. Lascia pure che il disegno sia sempre 'in fieri' nel corso della nostra esistenza, ma noi dobbiamo porlo per ipotesi – ma è un’ipotesi fondamentale – come poggiato su un pieno. Sennò non avrebbe alcun senso il nostro incidere continuamente la realtà con significati, azioni, parole. Dobbiamo dare come ipotesi fondamentale che i nostri discorsi siano già accolti in una pienezza di senso: questa stoffa tesa.
Partitura su spartito.



Tu che danzi da una parola all’altra, da una voce all’altra, da un significato all’altro, compi una danza tua, nuova. Un rinnovamento. Lo decidi tu il nuovo significato, la forma rinnovata. L’oscillazione dei significati di una cosa, dei significati che conosci fino a questo momento, produce una nota.  I significati futuri sarai tu, come parlante, ad inciderli sulla cosa e al tempo stesso, come parlante, tu hai la responsabilità etica di essere intonato rispetto alla nota con cui la cosa ti chiama.
Questa nota la puoi immaginare come il messaggio che l’angelo ti porta: sai che l’angelo è una figura musicale, le sfere divine sono sfere musicali, producono sonorità, e l’angelo è colui che porta con sé la nota, il messaggio e che, arrivato alla soglia del mondo umano dovrebbe comunicartelo, dovrebbe portarti musica. Il problema è che quando l’angelo arriva alle porte del mondo umano (e pensa anche a Rosencrantz e Guidenstern di cui abbiamo parlato prima) si ritrova con una sorta di jet-lag per il lungo viaggio. E’ precipitato così velocemente che ora che è qui non ricorda più, ha smarrito il messaggio. E' terribile questa condizione dell’angelo: arriva all’umanità e non si ricorda il messaggio che dio gli ha affidato! Quindi il suo messaggio si risolve in un chiedere. L’angelo ti si para di fronte e quello che ti porta è una domanda; <<che cosa devo dirti? che cosa ti dico?>>
Paradossalmente il messaggio dell’angelo è una domanda che ti costringe a rispondere. Tu interprete arrivi alla cosa, la cosa ha un tono, e tu sei tenuto responsabilmente a intonarti alla cosa: la tua azione nei confronti della cosa è sempre un dare risposta.
Ogni cosa ci pone una domanda.
La prima domanda è: cos’è?



Perché questi giovani attori, uomini, nati per danzare, sono invece rigidi come già morti?
La rigidità è la nostra impostazione teoretica del mondo, rigida perché è sempre sulla difensiva, è giustificativa poichè porta a sentirsi in giudizio, sentirsi oggetto di un giudizio. Si giustificano della loro inadeguatezza, e per giustificarsi alzano le spalle e portano avanti le braccia. Poiché noi per primi trattiamo le cose come oggetti con dietro una causa, e cerchiamo di raggirare la cosa per scoprirne la causa, così loro si sentono oggetto di giudizio da parte di chi li guida. Portano avanti le braccia, ed è istintivo il loro coprirsi, perché pensano che l’altro voglia scovare quello che loro hanno dentro/dietro di sé. E' così che noi siamo abituati a stare al mondo, nella forma del giudizio, dell’essere giudicati, della obbiettivazione delle cose ma anche delle persone. Bisogna fare saltare in aria questo schema, e non è facile: la didattica non ha ancora trovato la tecnica per fare il salto, per far saltare in aria l’impostazione teoretica. Più che di una tecnica, per fare questo salto, forse si può parlare di una epifania del salto.

E questo è accaduto quando li hai fatti giocare a coprirsi completamente, a scomparire dentro il lenzuolo, a sottrarsi al giudizio degli occhi degli altri, per lasciar uscire solo una piccola parte, la mano, il naso, la bocca, i piedi, e concentrarsi sulle sonorità incondizionate (e i sentimenti correlati, e i ritmi correlati) di quella parte del corpo (battere i denti; ridere, piangere, respirare, grattarsi, tossire, correre etc.). E loro allora hanno giocato.


<<Dotato di una mancanza >> è l’ossimoro su cui, hai deciso, si poggia il significato del tuo lavoro.
Mi fa pensare al Simposio di Platone, in cui Aristofane narra della creazione dell’uomo e della natura dell’amore, della condanna che gli uomini subiscono da Zeus. Gli uomini originari sono sferici e composti da due esseri, due femmine o due maschi o un maschio e una femmina - l'androgino. Queste sfere rotolano così veloci così potenti che Zeus si sente in dovere di punirle, di rallentare la loro corsa: le taglia a metà, estraendone due individui separati. Zeus comanda ad Apollo di voltare il loro viso verso la parte del taglio, affinché rammemorino per tutta la loro esistenza il taglio, il loro essere mancanti. Questa è la condizione ermeneutica dell’uomo: l’essere condannato al ricordo e alla visione di una mancanza. Essere condannato a vedere, in sé e nelle cose che gli si fanno incontro, il taglio. Questa mancanza è il quantum energetico che spinge l’interprete a spostarsi da una posizione logica all’altra, a danzare, a saltare. Le posizioni logiche sono le parziali prese di posizione che le cose hanno nel mondo, e sono cinetiche: rimandano sempre alla successiva tappa dell’oscillazione del loro significato, perché rincorrono sempre una pienezza che hanno perduto all’origine. Colui che si sposta, l’uomo, può rincorrerle - e rincorrersi - in maniera prospettica e lineare, ma facendo così si perde in un viaggio che è infinito, oppure impara a tenere il tempo di questa scansione e allora diventa un soggetto ermeneutico. Anzi, di più: perde il suo essere soggetto, perché questo attenersi al ritmo di una cosa che non sei tu mette in crisi la tua identità, o meglio mette in evidenza quella crisi che la tua identità è, dove krisis in greco significa taglio.
Allora noi come krisis, come esseri votati al taglio, possiamo salvarci solo tenendo il tempo delle cose, solo intonandoci a questo vocìo che viene dall’origine della cosa. Dobbiamo sentirci sempre in attesa dell’angelo, che ci porta questa nota. E’ l’unica cosa che ci può salvare.
Questa è la coreografia ermeneutica.




Necessario un patto sociale, per questo lavoro che ci attende. Necessario un
Ius iurandum
cioè una
<<formula da riformulare>>
Così i latini chiamano il giuramento. Ma perchè <<da riformulare>>?
Il giuramento va consumato nei pressi di un altare sacro, toccando l’altare sacro, e in questa posizione il giurante ripete le parole che dice colui a cui presta giuramento, dunque si tratta proprio una formula che viene riformulata. Si tratta di rinnovare la cosa attraverso la ripetizione,  rinnovare la storia ripetendola, intonandoti ad essa e intonandola a te.
Il termine latino ius trova in sanscrito la sua radice indoeuropea yoh, che significa ‘integrità’. Mettendo insieme queste due radici etimologiche, l’integrità è serbata dalla ripetizione, che è ritmo.
Tenere insieme il mondo, dargli consistenza, integrità, interezza.



La società è basata su di un patto tra cittadini e questo patto ha la forma della ripetizione di una formula. Il patto è tra noi contemporanei e chi ci ha preceduto: abbiamo la responsabilità di ripetere in maniera intonata ciò che è stato prima, ma non si tratta di conservatorismo, destra sinistra o altre volgarità. Tutt’altro. Di bocca in bocca, la formula da riformulare, la parola, si rinnova. Ogni cittadino è tenuto a correggere l’intonazione di chi è venuto prima. Ed è così che anche il senso civico si risolve in senso musicale.

(
e questo è anche quell'altro tuo esercizio, delle parole che uno passa all'altro - uno formula e l'altro riformula - , in una partita/partitura a due: parole che mano a mano, bocca a bocca dentro le bocche, senti trasformarsi, attaccarsi e familiarizzare con altre di simile suono o senso, personale o popolare)
.


Le bocche sono insanguinate.
Nel momento in cui tu incontri l’angelo che ti porge la sua nota, la circolazione sanguigna si ferma, soggiogata, ischemizzata, dalla densità sanguigna dell’angelo. C'è un'esplosione. Ti giochi la tua vita. Ne va della tua salute, nello stare al mondo, nell’interpretare, ne va della tua vita.


opere di Paul Klee

dedica: da lola, a lola

peripezie di johnnypanic alle ore 18:17 | link | commenti (2)
categorie: teatro parole
mercoledì, 13 febbraio 2008


un caloroso

bentornata!
alla
santa inquisizione
!!!

eccola che entra
accompagnata
da un lato da mamma Rosa B. morta resuscitata e venduta in campagna elettorale

dall'altro dal feto dell'aborto terapeutico sequestrato dalla polizia con irruzione in sala operatoria.

tutto questo per dire, ovviamente, devotamente,
W LA MAMMA!




la domanda che sorge spontanea ora è
aldilà dell'essere mammoni e coglioni, cosa sono gli italiani?

chi sono gli italiani?

 
c'è paura a dirlo e anche solo a pensarlo.
sto zitto fino a primavera
e poi me ne vado.

me ne vado?
ma che dico! non me ne vado!
scendo in campo (come disse quello)
e
(come quello ma del tutto diversamente)
spacco tutto
!!!!





<<  Santi numi, ma che pena mi fate
strozzati inghiottiti come olive ascolane,
spiedini di carne in fila sulle autostrade,
saldare al casello tanto per ringraziare e
pensarsi arrivati dopo un lungo week-end.
 
Chiedo venia, trovo un po' esagerato
pagare tre volte un litro di benzina e
sentirsi ridire con sorrisi di rame
che sono costretti dal mercato dei cambi.
Ma andate a cagare voi e le vostre bugie !

Credo di notare una leggera flessione del senso sociale
la versione scostante dell'essere umano
che non aspettavo cadere su un uomo così
divertente ed ingenuo da credere ancora
alla favola di Adamo ed Eva
alla favola di Adamo ed Eva

Dico quel che penso e faccio quello che dico ,
l'azione è importante siamo uomini troppo distratti
da cose che riguardano vite e fantasmi futuri,
ma il futuro è toccare mangiare tossire
ammalarsi d'amore

Credo di notare una leggera flessione del senso sociale
la versione scostante dell'essere umano
che non aspettavo cadere su un uomo così
divertente ed ingenuo da credere ancora
alla favola di Adamo ed Eva
la favola di Adamo ed Eva
>>


(gazzè)



peripezie di johnnypanic alle ore 16:04 | link | commenti (3)
categorie: italianò
sabato, 29 dicembre 2007

2008
vantaggi dell'essere trasparente


e quando l'altro giorno frugavo nei cassetti
come si fa a santo stefano, a natale, da ostaggi delle feste,
ho trovato pagelle del piccolo massimiliano
e sempre tornava il giudizio poco lusinghiero
secondo loro
di bambino fragile e trasparente
come cristallo
di bambino facile
al pianto al riso a star solo
- piango per la farfalla notturna che non vola più, rido per quella diurna che vola, grido a quelli che per gioco staccano la coda alle lucertole o bruciano i formicai, e prego per le farfalle, le lucertole, le formiche morte uccise così  -
e prima me ne sono vergognato
- perchè anch'io volevo essere un piccolo teppista
e invece ero proprio e solo e trasparente -
ma poi ho capito che il riso il pianto e il grido sono i veri atti di teppismo,
e che sentire così forte, sentire è già rivoluzione,
una trasparenza che tutti vedevano, e ora vedo meglio,
una solitudine che faceva gridare forte, e ora mi dà forza.
E vuoi mettere - e vuoi vedere - come si muove
un uomo trasparente e con il mal di cuore?




per giacomo ossijames


Jacek Wojszczerowicz era vecchio, piccolo, non era mai stato bello. Ora il viso era devastato dalle rughe e la calvizie era avanzata. Era polacco e attore. Dopo un infarto i medici gli avevano ordinato di non recitare più. Lui continuò. Venne un secondo infarto. I medici gli predissero la morte sicura, se fosse salito ancora in palcoscenico. Si ostinò: due volte alla settimana, coperto da una pesante armatura, il passo strascicato, come oppresso da un segreto ben nascosto, era Riccardo III. Cominciava a prepararsi due giorni prima, cibandosi solo di brodo e bevendo acqua. Andava e veniva su e giù per la stanza, senza fermarsi mai, come per rassicurare il suo corpo: “Ce la faremo!”.
Il giorno dello spettacolo digiunava come un religioso che si prepara alla cerimonia. Ma pensava soltanto ad alleggerirsi lo stomaco per la fatica dello spettacolo. Alle tre del pomeriggio usciva di casa e a piedi si avviava al teatro. Abitava in periferia: si dirigeva verso il centro con passo caparbio, mormorando le battute della sua parte. Alla gente che lo vedeva passare pareva un ubriaco, un demente. Poi si rivestiva della sua armatura. Venivano allora le ore in cui il suo sguardo vagava aldilà dei compagni e degli spettatori, come per spiare la morte. “Capisci? Non recito per il pubblico. Ma per Dio”. A Varsavia, nella scuola di teatro che vide il mio primo giorno di apprendistato, pensavo che solo i malati di cuore avrebbero dovuto essere attori”.
Eugenio Barba

peripezie di johnnypanic alle ore 19:07 | link | commenti (1)
categorie: histeoria
giovedì, 13 dicembre 2007


 


Come posso in questo momento, scrivo alcune righe soltanto, con la testa e il cuore, mentre vorrei scriverne cento; per dire, subito, che avevo con Picchi un'amicizia durata e risaldata con il passare aspro o talvolta tumultuoso della vita.

Quel genere di amicizia che si riesce ad acquisire, a volte, fra uomini-soldati, quando la fiducia reciproca e un affetto di ferro aiutano molto nel corso dei combattimenti. Là, dove non si può scherzare.

 

Ecco (e parlo per me), Picchi non scherzava; anche se spesso sapeva, e riusciva, a sorridere; ma soprattutto era sereno e profondo, dentro all’inquietudine, peraltro, di una mente che sempre, e sempre, era in moto.        

 

In questa occasione di ricordi buoni e di giusta celebrazione, voglio dire come l’ho inteso, verificato, sorpreso e fiduciosamente ammirato; voglio dire che lo vedevo (ascoltavo) entrare dentro a un testo, a una pagina, a un'intera commedia o tragedia, come se entrasse a piedi scalzi in una galleria, scomparendo nel buio.

E mi sembrava poi di vederlo uscire, dall'altra parte, con una lancia in pugno, avendo perforato il buio del testo.

Sforzo e sorpresa, attenzione acuita e indugi fin quasi al dolore.

Occhio, orecchio, mente.

Il chiarore appena raggiunto con quella fatica garantiva la possibilità di meglio intendere il testo, di comprenderlo con più fruttuosa sorpresa.

Il sentimento, anche.

 

Altri avranno chiarito, meglio e in dettaglio, gli specifici meriti e gli aspetti del lavoro di Picchi; io vorrei dire anche questo, a mio modo, e cioè che l’ho veduto scaricare con pazienza ordinata, dopo un diluvio, l’arca di Noe, in cui gli animali di ogni genere erano le parole; non avendo dimenticato niente nella stiva più umida e tenebrosa. Inesausto nel rapporto quasi viscerale con ogni testo affrontato. E a carpire l’ordinato, o tumultuoso, defluire delle parole, delle voci, ancora grondanti di pioggia.

 

A me Picchi manca, e molto; ma credo manchi, e molto, anche al teatro, alla scuola, alle idee che si muovono, e che lui era infaticabile nel vivificare, perché non si spegnessero.

 

All’apertura del suo La Iena di San Giorgio di Gualberto Niemen leggo:

“E’ necessario scrivere un commento, un midrash, per ogni aggettivo sorprendente che compare in un testo”.

 

Questo era Picchi. Questo il lavoro di Picchi.         


R.

 

 

                                                                                                        Roberto Roversi



 


 



peripezie di johnnypanic alle ore 13:07 | link | commenti (4)
categorie:
domenica, 09 dicembre 2007




- 9.30 -

Saluti
Pier Ugo Calzolari, Rettore dell’Università di Bologna
Giuseppe Sassatelli, Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia
Giuseppina La Face, Direttore del Dipartimento di Musica e Spettacolo

- 10.00 -
Wake, laboratorio e messinscena. Filmato

Regia e pedagogia
Presiede: CLAUDIO MELDOLESI
CLAUDIO MELDOLESI: Introduzione, Arte e docenza
CARLO QUARTUCCI: “Senza titolo”, in scena_A
GIULIANO SCABIA
LUIGI SQUARZINA (in collegamento telefonico):
Dalla prassi alla teoria e dalla teoria alla prassi

- 11.30 -
Un inedito dall'archivio di Arnaldo Picchi: lettera per Franco Ferri

Avanguardie bolognesi / l’attore cittadino del Teatro Libero
Tavola rotonda presieduta da GERARDO GUCCINI
con
LUIGI GOZZI / GIANFRANCO RIMONDI
(sperimentazione: teatro nuova edizione, teatro evento)
GIOVANNI AZZARONI  / GIUSEPPE LIOTTA: recensioni 1968-1975
RENZO MORSELLI:  La macchina da guerra più formidabile, 1972. Teatro e militanza politica
ENRICO MANELLI: Lo spazio per “Il rituale”
UBALDO SODDU:  Sprofondare nella scrittura. “Capitan Ulisse”, 1978
CARLA TATÒ:  “Senza titolo”, in scena_B

- 15.00 -
L’iconografia e il lavoro teatrale
Presiede: MARCO DE MARINIS
MARCO DE MARINIS: Introduzione
RENATO BARILLI: I vantaggi di perdere lo specifico
PAOLA BIGNAMI: Una ricognizione sulla rivista ‘Quindi – per l’invenzione del tempo’
SILVIA MEI: “Bella figura”. Seduzione e filologia dell'immagine
PAOLA PALLOTTINO: 1989-1991: un triennio memorabile nel rapporto immagine-teatro
EMANUELE SERPENTINI: Fedra e San Sebastiano: rigore e funzionalità di un indagine iconografica
ELISA BRILLI:  Solitudine del personaggio. Appunti sulla poetica dell’intarsio
LUCA GIOVANNI PAPPALARDO: Iconografia teatrale, un nuovo strumento per il dramaturg

- 16.45 -
Storie da un laboratorio permanente
Tavola rotonda presieduta da MASSIMILIANO COSSATI
con presentazione di frammenti audio e video da spettacoli e radiofonie
MASSIMILIANO COSSATI: Senza fine, racconto
FULVIO OTTAIANO: Da una tempia all'altra (tempia)
GIOVANNI INFELISE: Dal riaffiorar dell'acqua l'ombra. Amore, scrittura, nostos nei racconti di A. Picchi
ANNALAURA TROMBETTI: Re Enzo nella storia e nel teatro
DAVIDE MONDA:  dialogo con uno scritto di ROBERTO ROVERSI
GIACOMO MARTINI: Spazi: editoriali, teatrali, cinematografici
Lettura delle testimonianza inviata da MARTIN GOSMAN
ILARIA BARONTINI: Melusina, 1992. Partitura per musica e attori
ELENA GALEOTTI E GIANNI BARDI: Metodologia e precisione - passione e molteplicità
GIOVANNI MARANDOLA: Dramma e Rivoluzione
EMILIO GUIZZETTI: Dal laboratorio di idee, un metodo
Lettura della testimonianza inviata da PAOLO PUPPA: Wake, ovvero l’intransitività di Arnaldo
FABIO IRRERA: Futuro che colma i vuoti
Lettura della lettera inviata da LUCIANO NANNI
TOMMASO AROSIO: “Riccardo II” e l’Immagine Reale. Il video in scena nel teatro di Arnaldo Picchi
TOMMASO FORTUNATO: Personaggi: Forze Mentali

*

- 18.45 -
Chiusura dei lavori
con un intervento di FABIO ROVERSI MONACO

*
Nel corso della giornata saranno presentati vari contributi

fotografici dagli spettacoli
della compagnia sperimentale Il Gruppo Libero

Il rituale (1968),  Santa Giovanna dei Macelli (1969),  La macchina da guerra più formidabile (1972),  Grande rappresentazione per la morte di Sante Caserio (1973),  Il tamburo di panno (1973),  L’accordo di Baden (1974),  Le allegre comari di Windsor (1976),  Volo dell’anitra selvatica (1976),  I coniugi Snowden ovvero l’autocomunismo (1977), Capitano Ulisse (1978)

audiovisivi dagli spettacoli
dei laboratori di Istituzioni di Regia

Melusina (1993),  Al Pappagallo verde (1995), Enzo Re (1998), I Giacobini (2002), Wake (2003), Ric2felix (2005)


peripezie di johnnypanic alle ore 02:32 | link | commenti
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giovedì, 29 novembre 2007

delle arti liberali,
(arte; capacità nel saper creare un oggetto.
capacità che risiede nella conoscenza di alcune regole)


 arti superiori
(quelle fatte con le mani:
pittura, scultura e letteratura - e affini a immagine e parola)


e arti inferiori
(quelle fatte con i piedi: teatro, danza e poesia - e affini a spazio e tempo)


si riporta qui la misura,
il ritmo, la bella scaltrezza: 


(
al)(il)(e)(de)

                                                                    ludere

e sopra tutte le bellezze presiede la Musica.

E sopra tutti i giochi di parole
per chi non li amasse o non ne cogliesse il valore
basterà dire che scopo dell'arte è
stupire




peripezie di johnnypanic alle ore 14:33 | link | commenti (1)
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sabato, 24 novembre 2007

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det perfekte menneske
the perfect human
l'uomo perfetto
l'homme parfait
die perfekt mann
jorgen leth 1967


ecco l’uomo
ecco l’uomo
ecco l’uomo perfetto
vedremo l’uomo perfetto funzionare
vedremo l’uomo perfetto funzionare
come funziona una cosa del genere?
che tipo di cosa è?
ci guarderemo dentro
lo investigheremo


Ora vedremo come un uomo perfetto appare
e cosa può fare
Qui è come appare un orecchio
e qui un paio di ginocchia
e qui un piede
un altro orecchio
qui è un occhio
guarda questo occhio umano
poi una bocca e
un’altra bocca

Guarda
l’uomo perfetto che si muove in una stanza
l’uomo perfetto può muoversi in una stanza
la stanza è senza confini e piena di luce
è una stanza vuota
qui non ci sono confini
qui non c’è nulla


camminare
correre
saltare
cadere
guarda
ora lui cade
come cade?
E’ così che lui cade.


Guarda
adesso lei si stende
come si stende?
Così è
come lei si stende
così


(l'uomo danza da solo,
qualcosa come uno swing
a pugni chiusi
a piedi stretti
indossa occhiali scuri
si diverte)



eccolo
chi è?
cosa può fare?
cosa vuole?
perché si muove così?
come fa a muoversi così?
guardalo
guardalo adesso
e adesso
guardalo sempre
adesso la musica è finita
niente musica
l’uomo perfetto in una stanza senza confini e senza niente
e una voce che dice poche parole
questa voce che dice poche parole
guardalo adesso
guardalo sempre


adesso l’uomo perfetto si spoglia
i vestiti si tolgono
cravatta
giacca
scarpe
pantaloni
stivali
calze
abito
canottiera
reggiseno
mutande
i vestiti si tolgono

com’è toccare l’uomo perfetto?
com’è la pelle?
è liscia?
è calda?
è soffice?
è secca?
è ben curata?
come è la pelle del mento?
com’è sulle gambe?
le braccia
la gola
ecco il letto
ecco il letto
lenzuola fresche
un soffice materasso primaverile
un letto in questa stanza
la stanza non è più vuota
c’è un letto nella stanza
il letto in cui l’uomo perfetto dorme e fa l’amore


ascolta l’uomo che si sta preparando
ascolta l’uomo perfetto che vive
ascolta i suoi suoni
cosa sta pensando quest’uomo?

(parla)
«Anche oggi ho vissuto qualcosa che spero di capire entro qualche giorno.

Attorno alla mia mano sinistra brillava un anello di fiamme di un chiarore pallido.

Ho osservato con attenzione il risvolto sinistro della mia giacca scura.
E nel mezzo del mio cuore c’era una piccola macchia bianca.


Non ho idea di cosa significhi tutto questo».


Ora c’è anche un tavolo nella stanza
e sedie
la musica
e la voce
l’uomo perfetto sta per mangiare e bere
vedremo un pasto
come mangia un uomo perfetto?
vedremo la sua bocca che mangia
sentiremo il suono di forchette e coltelli
vedremo che il pesce sarà tagliato
e che il vino sarà servito nei bicchieri
il pranzo è servito
squisito salmone bollito e patate bollite e salsa olandese
insieme a una bottiglia di champagne

a cosa sta pensando?
a cosa sta pensando?
l’uomo perfetto sta pensando alla stanza in cui si trova?
al cibo che mangia?
felicità?
amore?
morte?
A cosa sta pensando l’uomo perfetto?
guardalo
cosa sta pensando?

(canta un ritornello, varie volte, masticando)


«pom pom pom

Perché la fortuna è così capricciosa?
Perché la gioia è così breve?
Perché mi hai lasciato?
Perché te ne sei andata?


(mangia)


Davvero, davvero delizioso


(batte le dita delle mani sui palmi, come nacchere, più volte, sempre più velocemente.
Poi si interrompe e dice)


Anche oggi ho vissuto qualcosa che spero di capire
entro qualche giorno»

(sorride, appena)


peripezie di johnnypanic alle ore 11:31 | link | commenti
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sabato, 20 ottobre 2007

(il lavoro teatrale come scienza esatta delle cose che non si possono dire)


Un laboratorio pratico e intensivo dedicato alla sperimentazione teatrale, a chi sente la necessità di intraprendere o reinventare il lavoro dell’attore performer. Insieme ai fondamenti dell’arte attoriale - corpo voce, ritmo, un teatro fisico - il laboratorio intende dunque sondare le nuove potenzialità espressive e poetiche della scena contemporanea. Linee guida di questo percorso saranno 1) le evoluzioni dell’arte informale quale arte dello spazio, dell’installazione, della tecnologia e 2) la nostra naturale spinta al rinnovamento, alla ricerca di nuovi rapporti: tra attore e spazio e oggetto e spettatore e testo e immagine e vocalità. Si intendono verificare le autonomie dell’attore come cittadino attivo, attento ascoltatore e interprete del suo tempo, autore di domande: fin dove può spingersi e spingerci la rappresentazione? Ad essere presenti, pronti, preparati, pure senza certezze. E serve un’educazione a questa disponibilità.
Aperto a chiunque sia interessato alle tecniche e tecnologie della rappresentazione, sia dal punto di vista attoriale che registico, il laboratorio sarà però limitato a un massimo di 12 iscritti e si dividerà in due quadrimestri, da ottobre a febbraio e da febbraio a maggio; la prima fase sarà a carattere propedeutico, come base ad una educazione alla scena, mentre nella seconda fase l’attenzione si focalizzerà sulla realizzazione di un oggetto performativo.

“Non so né parlare né scrivere, sono fermo nella parola e inibito nel pensiero. E’ il contrario della disinvoltura, della padronanza, il contrario di un dono. (…) Se è dotato, se l’artista è dotato, è dotato di una mancanza. Se ha avuto qualcosa, è qualcosa di meno” Valére Novarina.

DOTATO DI UNA MANCANZA
laboratorio permanente di sperimentazione sul teatro e l'attore
condotto da Massimiliano Cossati
ogni giovedì sera, dall’8.11.07
presso Procope Studio, Via S. Stefano 164, Bologna

per informazioni:
tel. 3470089510,  0515873637, info@procopestudio.i



peripezie di johnnypanic alle ore 13:45 | link | commenti (7)
categorie: teatro
sabato, 13 ottobre 2007

il volo per vedere


peripezie di johnnypanic alle ore 19:03 | link | commenti
categorie: damoremormorare